Disastri colposi. La pronuncia relativa al naufragio della nave Costa Concordia Sent. n. 35585 del 12/05/2017

La Quarta Sezione della Corte di cassazione, con la sentenza n. 35585 del 12/05/2017, Schettino, Rv. 270777 – 83, ha esaminato la nota vicenda relativa al naufragio della nave “Costa Concordia”, occorso il 13 gennaio 2012 al largo dell’isola del Giglio, al quale è conseguito il decesso di 32 persone ed il ferimento di 193 passeggeri. Venivano addebitati al comandante della nave e ad alcuni membri dell’equipaggio i delitti di naufragio aggravato ai sensi dell’art. 61 n. 3 cod. pen., omicidio colposo plurimo e lesioni personali colpose. Al solo comandante veniva poi contestato il delitto di abbandono di nave o di aeromobile in pericolo, previsto dall’art. 1097 cod. nav., nonché il reato di abbandono di persone minori o incapaci, ex art. 591 cod. pen. commesso in danno dei passeggeri. Il giudizio aveva avuto ad oggetto, in particolare, sia l’accertamento delle condotte che avevano determinato l’impatto cui era conseguita l’apertura di una falla di grandi dimensioni sullo scafo della nave e il suo progressivo affondamento sulla fiancata destra, sia la verifica delle modalità con cui erano state gestite le operazioni volte al salvataggio delle oltre 4.000 persone presenti a bordo della nave. La pronuncia ha, dunque, affrontato le varie questioni giuridiche postesi in ordine a tali distinti aspetti riguardanti da un lato la causazione colposa del naufragio della nave da crociera e dall’altro la gestione dell’emergenza cui erano conseguiti i delitti colposi di omicidio e lesioni personali.



 

In tema di elemento soggettivo del reato, ricorre la colpa cosciente quando la volontà dell’agente non è diretta verso l’evento ed egli, pur avendo concretamente presente la connessione causale tra la violazione delle norme cautelari e l’evento illecito, si astiene dall’agire doveroso per trascuratezza, imperizia, insipienza, irragionevolezza o altro biasimevole motivo (In applicazione di tale principio la S.C., in relazione al reato di naufragio, ha riconosciuto la sussistenza della colpa cosciente nella condotta del comandante della nave che, pur consapevole della presenza di bassi fondali e di scogli in prossimità dell’isola del Giglio, ordinava di modificare la rotta programmata per transitare a distanza ravvicinata dalla costa e fino all’ultimo non defletteva da tale decisione, confidando nelle proprie capacità marinaresche e ritenendo di essere in grado di evitare il concretizzarsi del rischio di impatto).



 

RITENUTO IN FATTO

1. Il Tribunale di Grosseto in composizione collegiale, con sentenza resa in data 11 febbraio 2015, dichiarava la penale responsabilità di S.F. quale imputato dei reati a lui ascritti ex art. 40 c.p., comma 2, art. 61 c.p., n. 3, art. 113 c.p., art. 449 c.p., comma 2, in riferimento all’art. 428 c.p., e art. 589 c.p., commi 2 e 4, art. 1122 c.n. (capo A); ex art. 81 c.p., comma 2 e art. 110 c.p., art. 112 c.p., n. 3, e D.Lgs. 19 agosto 2005, n. 196, art. 17, comma 1, lett. a) e b) e art. 254, (capo B); ex art. 81 c.p., comma 1 e art. 591 c.p., comma 1, e art. 1097 c.n. (capo C). In relazione ai detti reati, esclusa l’aggravante di cui all’art. 1122 c.n., contestata in relazione al delitto di naufragio, e quella della colpa cosciente in relazione al delitto di omicidio colposo plurimo ed al delitto di lesioni personali colpose, applicati gli aumenti per l’aggravante di cui all’art. 61 c.p., n. 3 in relazione al delitto di naufragio, di cui all’art. 589 c.p., comma 2, nonchè di cui all’art. 112 c.p., comma 1, n. 3, in relazione alle contravvenzioni dolose di cui al capo B), unificate le suddette contravvenzioni nel vincolo della continuazione e ritenuto, infine, il concorso formale tra i due reati di cui al capo C), detto Tribunale condannava lo S. alla pena complessiva di anni sedici di reclusione e mesi uno di arresto, oltre al pagamento delle spese processuali. A titolo di pene accessorie, ai sensi degli artt. 29, 30, 31 e 32 c.p., lo S. veniva dichiarato interdetto in perpetuo dai pubblici uffici, interdetto dalla professione di comandante di nave per il periodo di anni cinque nonchè in stato di interdizione legale durante l’esecuzione della pena, ed inoltre, ai sensi dell’art. 1082 c.n., comma 1, n. 1, artt. 1083, 1103 e 1097 c.n., veniva dichiarato interdetto dal titolo ovvero dalla professione di comandante per mesi quattro.

Seguivano le statuizioni civili: S.F. e il responsabile civile Costa Crociere s.p.a. venivano condannati, in solido tra loro, al risarcimento dei danni (in molti casi con assegnazione di somme a titolo di provvisionale) in favore delle numerose parti civili meglio specificate in dispositivo (fra cui alcuni Enti esponenziali) e alla rifusione delle spese di giustizia sostenute dalle parti civili stesse.

Avverso detta sentenza veniva proposto appello dall’avv. Senese e dall’avv. Laino nell’interesse dell’imputato S.F., nonchè personalmente da quest’ultimo, e veniva altresì proposto appello dal Procuratore della Repubblica di Grosseto e da 78 delle parti civili costituite.

La Corte d’appello di Firenze, 1 Sezione Penale, con sentenza resa il 31 maggio 2016, provvedendo sugli appelli, in parziale riforma della suddetta sentenza emessa in primo grado dal Tribunale di Grosseto in composizione collegiale, applicava a S.F. la pena accessoria dell’interdizione per cinque anni dai titoli professionali marittimi in relazione al delitto di naufragio colposo, confermando nel resto le sanzioni penali a suo carico. Dichiarava inoltre inammissibile l’appello proposto dall’avv. Laino nell’interesse dell’imputato.

Quanto alle statuizioni civili, la Corte distrettuale dichiarava non luogo a provvedere in ordine all’istanza di sospensiva delle provvisionali avanzata dal responsabile civile Costa Crociere; revocava le statuizioni civili pronunciate in primo grado in favore di alcune delle parti civili; condannava l’imputato e la società responsabile civile all’esecuzione delle misure di riparazione primaria, complementare e compensativa di cui all’allegato 3, parte sesta, del D.Lgs. n. 152 del 2006, da determinarsi a cura del Ministero dell’Ambiente, condannandoli, in caso di riparazione omessa, incompleta o difforme, al pagamento in favore del predetto Ministero dei costi delle attività necessarie a ottenerne la completa e corretta attuazione; provvedeva inoltre alla rideterminazione delle somme dovute a titolo di risarcimento o di provvisionale nei riguardi di alcune parti civili, confermando nel resto le statuizioni civili di primo grado e condannando imputato e responsabile civile al pagamento delle spese processuali del grado di giudizio in favore delle parti civili ivi meglio specificate.

SINTETICA RICOSTRUZIONE DEI FATTI:

2. La ricostruzione della vicenda per cui è processo, che ci si accinge sinteticamente ad esporre sulla base di quanto ritenuto accertato in fatto dai giudici di merito, è il frutto di una complessa attività istruttoria svolta durante il procedimento di primo grado: attività consistita, in primo luogo, nell’espletamento di alcune perizie in sede d’incidente probatorio e, in secondo luogo, nell’assunzione, durante l’istruzione dibattimentale, di un imponente numero di fonti orali di prova, nell’espletamento di ulteriori perizie (trascrizione di intercettazioni, traduzione di documenti, perizia fonica, perizia su resti umani ecc.), nell’acquisizione di documenti e nell’esame dell’imputato: il tutto descritto alle pagine da 51 a 57 della sentenza del Tribunale di Grosseto.

2.1. Oggetto del processo sono gli accadimenti antecedenti, concomitanti e successivi all’impatto fra la nave (OMISSIS) e il fondale roccioso prospiciente (OMISSIS), impatto che cagionò l’apertura di una falla di grandi dimensioni sullo scafo della nave e il suo progressivo affondamento sulla fiancata destra.

Nelle ore successive all’impatto, si verificava una condizione di grave emergenza, che rendeva necessaria l’attivazione delle operazioni volte al salvataggio delle oltre 4.000 persone presenti a bordo della nave: operazioni che venivano eseguite nelle condizioni e con le modalità che saranno descritte più avanti.

In tale situazione, per ragioni che hanno formato diffusamente oggetto della ricostruzione degli eventi nel corso del giudizio di merito – e alle quali si farà richiamo – si verificava il decesso di 32 persone (nella quasi totalità per asfissia da annegamento), mentre altre 193 persone riportavano conseguenze lesive.

E’ opportuno premettere che nessuna delle vittime è deceduta, e poche di esse hanno riportato lesioni, al momento dell’urto della nave con lo scoglio; i decessi e la maggior parte delle conseguenze lesive si sono verificati essenzialmente nella fase successiva a tale momento.

2.2. Per ragioni di chiarezza espositiva, nonchè per meglio comprendere gli addebiti mossi al comandante S. in relazione alle diverse fasi dell’episodio, si riassume di seguito la sequenza fattuale, che – è bene precisarlo – è tratta dalla ricostruzione operata nell’istruzione dibattimentale.

Tale sequenza viene suddivisa in due fasi: la prima, fino all’impatto della (OMISSIS) con uno scoglio prossimo alla costa dell'(OMISSIS) e al conseguente naufragio della nave; la seconda, successiva all’impatto e riferita al verificarsi dell’emergenza a bordo dell’unità.

IL NAUFRAGIO:

3. Alle ore 19,00 del (OMISSIS), è prevista la partenza della Nave (OMISSIS) dal porto di (OMISSIS), per il rientro a (OMISSIS). La rotta è originariamente programmata dalla Società di Gestione (OMISSIS) e comunicata all’Autorità Marittima: si prevede di tenere una rotta di 302^ fino al traverso di (OMISSIS) posizionato sul Monte Argentario, in modo da mantenere una distanza minima dalla costa, nel passaggio tra il suddetto promontorio e l'(OMISSIS), di 3,3 miglia, per poi continuare con rotta 321^ sino al canale di (OMISSIS).

3.1. Alle ore 18,27, tuttavia (ossia circa mezz’ora prima della partenza), la rotta programmata viene modificata: ciò avviene, secondo la ricostruzione degli eventi accolta nel giudizio di merito (pp. 63 e ss. sentenza impugnata; pp. 133 e ss. sentenza di primo grado), su iniziativa del Comandante della nave, S.F., che chiede all’Ufficiale Cartografo C.S. di modificare, da un certo punto della navigazione in poi, l’originaria rotta, in modo da poter effettuare un passaggio più ravvicinato al(OMISSIS); su proposta del C., viene concordata una rotta che consenta di passare a circa mezzo miglio dall’isola, ossia più vicini al (OMISSIS) rispetto alla rotta programmata in precedenza, ma in un punto nel quale il fondale è sufficientemente profondo. Il motivo del cambio di rotta, secondo i giudici di merito, è costituito da un omaggio (il c.d. “inchino”) che lo S. intende fare sia al maitre d’hotel della nave, T.A., la cui famiglia abita al (OMISSIS), sia al comandante P., in pensione dal 2007 e residente al (OMISSIS), al quale lo S. è legato per esserne stato allievo.

3.2. Secondo la ricostruzione operata dai giudici di merito, peraltro, lo S. manifesta in tale occasione il suo intendimento di passare “un pò più sotto”, indicando sulla carta un punto più a sud verso il quale dirigere la rotta (ossia puntando, secondo quanto ritenuto dai giudici di merito, verso il faro di (OMISSIS), estrema punta meridionale del (OMISSIS): vds. pag. 135 sentenza Tribunale di Grosseto, corredata della carta nautica originale usata dal C.); ma, di fronte alla proposta dell’ufficiale cartografo di tracciare una nuova rotta passando più a sud, il comandante risponde negativamente, preannunciando che si sarebbe personalmente occupato della manovra (ciò è stato ritenuto sulla base delle dichiarazioni rese dal C. nella sua deposizione, e in particolare dall’espressione “No, no, poi vado io” che il C. attribuisce allo S. nel riferire il dialogo: p. 135 sentenza di primo grado, p. 64 sentenza impugnata).

3.3. Comunque, quando la nave parte da (OMISSIS), la rotta che viene seguita inizialmente è quella originariamente programmata (ossia 302^). Il comandante S. prenota la cena e ordina al primo ufficiale di turno in plancia ( A.C.) di avvisarlo cinque miglia prima dell’arrivo al (OMISSIS); successivamente, dopo aver saputo da A. che la nave sta procedendo alla velocità di 16 nodi e che arriverà al (OMISSIS) attorno alle 21,30, dispone che la velocità venga ridotta, in modo da arrivare al (OMISSIS) attorno alle 21,45 e da poter, nel frattempo, finire la cena.

3.4. Alle ore 21,04, come da istruzioni impartite da S. al C., la velocità viene portata a 15,5 nodi e la rotta viene modificata da 302^ a 278^: in tal modo, la nave punta verso l'(OMISSIS).

Tra le 21,17 e le 21,19, il primo ufficiale A. avvisa S. che la nave si trova a sei miglia di distanza dall’isola; S. però non si presenta subito in plancia, ma vi si reca circa un quarto d’ora dopo (attorno alle ore 21,34), quando la nave dista 2,15 miglia da (OMISSIS) (il punto più vicino del(OMISSIS)) e a 2,54 miglia dalle (OMISSIS).

La velocità è, a quel punto, di 15,4 miglia. E’ necessario tenere presente che la nave, in quel momento, non è ancora giunta nel punto (detto will over point) in cui la rotta tracciata da C. (d’intesa con S.) dev’essere ulteriormente modificata mediante un’accostata e portata a 334^, in modo da poter procedere parallelamente all’isola alla distanza programmata.

3.5. All’arrivo di S., all’interno della plancia, sono presenti gli ufficiali del turno di guardia 20.00/24.00, ovvero il primo ufficiale A.C., titolare della guardia (che si trova vicino al radar centrale della console di destra), il secondo ufficiale U.S., il terzo ufficiale Co.Si. e l’allievo ufficiale I.S., nonchè il timoniere R.B., che in quel momento è in servizio di vedetta (la navigazione, in quel momento, procede infatti con pilota automatico). Sul ponte di comando sono poi presenti il maître T.A. e l’Hotel director G.M..

3.6. Poco dopo il suo arrivo in plancia, attorno alle 21,35, S. chiede ad A. a quale velocità si stia procedendo (velocità che, in quel momento, è di 15,5 nodi); dopodichè -sebbene egli non abbia ancora assunto formalmente il comando della manovra – impartisce l’ordine di procedere con “timone a mano”, ossia non più con il pilota automatico (pag. 66 sentenza impugnata, pag. 144 sentenza di primo grado); l’ordine, benchè definito da S. come un semplice “suggerimento” (p. 144 sentenza Trib. Grosseto), viene subito ripetuto da A. e il timoniere R.B. lascia il suo posto di vedetta (che non viene assunto da nessun altro) e si porta al timone.

3.7. Da quel momento in poi, sebbene S. non abbia formalizzato l’assunzione del comando della manovra (del quale è ancora formalmente titolare l’ A., come primo ufficiale di turno), si susseguono gli ordini sulla rotta da assumere: dapprima S. ordina a R. di assumere la rotta 278^, quindi la rotta viene modificata, stavolta su iniziativa di A., dapprima a 285^, poi a 290^: a quel punto il will over point non è stato ancora raggiunto e la nave è in tempo per poter procedere all’accostata ed assumere la rotta di 334^.

Poi, alle ore 21:36:38, S. impartisce ad A. l’ordine “Metti un attimo un CPA di zero, cinque”. In concreto, secondo la ricostruzione operata dai giudici di merito, con tale ordine si intende fissare un VRM (Variable Range Marker), ossia un raggio d’attenzione da monitorare sul radar, per segnalare ed avere una immediata percezione sullo schermo del radar di ostacoli e bersagli entro il suddetto raggio d’attenzione (nella specie, di 0,5 miglia).

A., ancora formalmente titolare del comando della manovra, esegue l’ordine.

Alle 21:37:47, il timoniere conferma il raggiungimento della rotta 290^, ordinata da A. circa un minuto prima.

3.8. Pochi istanti dopo (alle ore 21:37:54), S. telefona al Comandante P., preannunciandogli il passaggio davanti al (OMISSIS) (salvo scoprire, durante la conversazione, che in realtà P. non è al (OMISSIS), ma a (OMISSIS)); nel corso della telefonata, S. pronunzia le seguenti parole: “Va bè; io… anche se passiamo zero-tre, zero-quattro, ci sta acqua là sotto, vero? Okay Ho capito, quindi stiamo tranquilli…sì, sì, mò faccio tanti fischi e salutiamo a tutti. Va bene. E poi ci sentiamo”.

Da tali frasi i giudici di merito hanno tratto la conclusione che la reale intenzione di S. è quella di effettuare un passaggio assai ravvicinato, addirittura a 0,3 o 0,4 miglia dalla costa, e per questo motivo egli si informa se il fondale è sufficientemente profondo per far passare la nave.

La conversazione con P. si conclude alle ore 21:38:43.

3.9. Poco dopo (alle 21:39:16), A. richiama ad alta voce l’attenzione della plancia, e quindi anche del Comandante, sul fatto che la navigazione prosegue con la rotta 290^, che nel frattempo è stata raggiunta.

S. ordina dapprima che si proceda ancora con rotta 290^ (“alla via due, nove, zero”); e subito dopo (alle 21:39:17) assume anche formalmente il comando della manovra, divenendone il responsabile ai sensi del Codice della Navigazione, e lo fa pronunziando la frase convenzionale “Master takes the conn”.

A quel punto, il will over point è ormai stato raggiunto, ed anzi la rotta della nave – secondo la ricostruzione dei fatti operata dai giudici di merito – dovrebbe già essere quella di 334^ impostata da C..

3.10. Assunto il comando della manovra a tutti gli effetti, S. ordina procedersi con rotta 300^ e dispone che la velocità venga portata a 16 nodi.

Alle 21:40:02, S. ordina di assumere la rotta 310^ e di proseguire l’accostata in modo assai graduale (“come slowly, slowly to 310… easy”); in tal modo, secondo l’assunto recepito dai giudici di merito, l’elevata velocità della nave e l’esigenza di garantire comunque il comfort dei passeggeri comportano che un ampio tratto venga percorso nella direzione originaria, prima che la nave, gradualmente, si porti sulla nuova rotta. Con la prora ancora a 295^ e, quindi, senza aver ancora raggiunto la rotta di 310^, dopo meno di 50 secondi (alle 21:40:50) S. ordina un nuovo cambio di rotta, stavolta per 325^; l’ordine non viene ben compreso dal timoniere, che non parla nè capisce l’italiano e ha difficoltà anche con la lingua inglese, e che ripete 315^; poi viene corretto dapprima da A. che ripete 335^ (lo stesso A. dichiarerà di avere consapevolmente dato quest’ordine, nel tentativo di accelerare la correzione di rotta) e di nuovo da S. che ribadisce 325^.

Dopodichè, per quasi due minuti, non vengono impartiti ordini.

3.11. La velocità della nave, le caratteristiche dimensionali della stessa e più in generale le leggi fisiche che ne governano i movimenti fanno sì che la (OMISSIS), prima di poter cambiare rotta, si diriga ancora, rapidamente, verso la costa del (OMISSIS).

Alle ore 21:42:09 S. ordina la prora a 330 ed il timoniere esegue, sempre con angoli di barra bassi; alle ore 21:43:11 il comandante impartisce un nuovo ordine per 335^; e, dopo pochi secondi, precisamente alle ore 21:43:36, ordina di mettere la prora a 340^. In quel momento, peraltro, la rotta della nave è ancora su 326^ per effetto del normale ritardo nella risposta ai comandi, per una nave di quelle dimensioni, tenuto conto delle interferenze meteomarine e quale diretta conseguenza dell’ordine di effettuare le manovre molto lentamente, per non turbare il comfort dei passeggeri.

Alle ore 21:43:45 S. ordina una rotta di 350^; il timoniere, sulle prime, non comprende l’ordine, impartito in lingua inglese (lingua con la quale, evidentemente, il R.B. non ha dimestichezza); S., assieme ad A., ripete l’ordine, precisando “Otherwise we go on the rocks” (altrimenti finiamo sugli scogli).

Alle ore 21:43:36 la nave si trova a 0,35 miglia dal basso fondale delle (OMISSIS), ovvero a soli 648 metri, e sta procedendo verso la costa, con direzione pressochè tangente alla stessa, a 15,9 nodi di velocità.

Alle ore 21:44:14 – con la nave che è già ad una distanza dalle (OMISSIS) di appena 0,18 miglia, pari a circa 333 metri, e procede a una velocità di 16 nodi il Comandante ordina “Starboard 10”, ovvero timone 10 a dritta; alle ore 21:44:18, ormai a circa 0.16 miglia dalle (OMISSIS), cioè a soli 296 metri, S. ordina “Starboard 20”; alle 21:44:21 il comandante ordina “Hard Starboard” ovvero tutto a dritta; ma la lentezza con la quale, per le ragioni fisiche già viste, la nave risponde ai comandi fa sì che la correzione di rotta sia assai più progressiva e ritardata. Nel frattempo, i passeggeri avvertono il violento sbandamento della nave. Inoltre, la manovra repentina porta ad accentuare il movimento di traslazione della poppa verso la costa, in quella che è stata definita una sorta di enorme derapata, il cui effetto è quello di avvicinare ulteriormente la parte terminale sinistra della nave verso lo scoglio.

Alle ore 21:44:34 – mentre la nave è giunta ormai a 0,09 miglia dalle (OMISSIS) (ossia a 166 metri) – S. impartisce l’ordine di timone al centro (Midship). Alle ore 21:44:44 si susseguono gli ordini di accostata a sinistra: dapprima Port 10 (la nave è a quel punto a sole 0.073 miglia dalle (OMISSIS), ossia a 135 metri), poi Port 20 (con la nave ormai ad appena 0.067 miglia dalle (OMISSIS), pari a 125 metri).

3.12. A questo punto si verifica, secondo la versione accolta dai giudici di merito, l’errore del timoniere, che non esegue prontamente quanto ordinato in rapida sequenza ed anzi, quando S. ordina in successione di accostare a sinistra (prima di 10^, poi di 20^), accosta nuovamente a dritta, passando per 10 (alle 21:44:48) sino a circa 20^ (alle 21:44:50), come se avesse inteso diritta anzichè sinistra, per poi autonomamente riportare la barra a sinistra, come ordinato, con un ritardo stimato dai periti in circa 13 secondi.

Alle ore 21:45:05, a una velocità di 14,4 nodi e una distanza dalla costa di 0,086 (pari a 160 metri), S. ordina, nell’ultimo tentativo di evitare l’urto, Hard to port, ovvero tutto il timore a sinistra.

3.13. E’ questa la fase in cui S. tenta la cosiddetta manovra a baionetta: una serie di ordini ravvicinati per cercare di contrastare la tendenza della poppa ad allargarsi in direzione della costa, facendo ruotare il timone dapprima al centro e poi, per angoli crescenti, verso sinistra (quello che è stato definito come un enorme controsterzo), in modo da allontanare la poppa dal basso fondale al quale essa si sta avvicinando.

3.14. Alle ore 21:45:07, la nave, che (nonostante la manovra disperata) con la prua si sta allontanando dalla costa e con la poppa sta scivolando verso l’isola, ad una distanza di 0.094 miglia (pari a 175 metri) e alla velocità di 14,2 nodi, urta con il basso fondale a pochi metri (circa 60 metri) dallo scoglio emerso più vicino, facente parte del gruppo di scogli conosciuto come (OMISSIS).

L’impatto cagiona una deformazione complessiva dello scafo di quasi 53 metri di lunghezza per 7,3 metri di altezza, nel punto più alto, con uno squarcio principale lungo 35,859 metri ed altri cinque minori, in una zona vitale della nave. Quest’ultima, fin da subito, rimane priva di propulsione e quindi ingovernabile, a causa dell’entrata di una quantità di acqua talmente ingente da mandare in avaria istantaneamente i motori elettrici principali e tutti i motori diesel dei generatori principali, nonchè, subito dopo, il quadro elettrico principale. Da ciò deriva, pertanto, dapprima la perdita di galleggiabilità e, a seguire, il successivo ingavonamento e arenamento della nave, parzialmente sommersa, sui bassi fondali del (OMISSIS), in prossimità del porto (vicino agli scogli della (OMISSIS)).

L’EMERGENZA A BORDO:

4. La lacerazione principale ha interessato i compartimenti stagni dal n. 4 al n. 7 (estremi compresi), mentre una lacerazione minore ha prodotto una via d’acqua nel compartimento n. 8. Soprattutto nei compartimenti 4, 5 e 6 la velocità di allagamento è risultata altissima. Dopo alcuni secondi, durante i quali la (OMISSIS) si muove per forza d’inerzia accostando verso destra, alle ore 21:45:17 viene a mancare la propulsione e soltanto due secondi dopo si verifica il primo blackout.

4.1. S. impartisce l’ordine di chiudere le porte stagne a poppa (che in realtà sarebbero risultate già chiuse in quel momento). Indi impartisce, alternandoli, l’ordine “barra al centro”, poi l’ordine “barra a sinistra”, nel tentativo di disincagliare la nave. I timoni, dopo poco, risultano bloccati a seguito della mancanza di alimentazione, come si è desunto dall’attivazione degli allarmi di avaria delle pompe timone 1, 3 e 4 (21:46:52). In quel momento, il Comandante ordina di chiamare il nostromo per farlo andare a prua ed A. effettua la chiamata via radio. Lo stesso A. dice ad alta voce di far chiamare il comandante in seconda e comunica, alle 21:47:19, che le porte stagne sono tutte chiuse.

Nel frattempo, l’impatto con il basso fondale scoglioso viene percepito dai passeggeri, molti dei quali sono a cena nelle principali sale ristorante della nave (“Milano” e “Roma”), ed è così forte da provocare una significativa vibrazione e uno sbandamento della nave, tanto che finiscono a terra piatti e stoviglie varie.

La nave comincia a inclinarsi sul lato dritto.

4.2. Alle ore 21:49, vi è un colloquio telefonico fra S. e il direttore di macchina, Pi., il quale informa il comandante sulla gravità della situazione, dicendogli che entra molta acqua; in un successivo colloquio telefonico, alle ore 21:51, Pi. informa S. che non può essere acceso nessun motore e che il quadro elettrico è allagato. Non appena il direttore di macchina informa il comandante che non è possibile entrare in macchina dal lato dritto e che l’acqua è arrivata fino all’officina, S. gli chiede “Allora stiamo andando a fondo, non ho capito?”, ottenendone una conferma da Pi.. Allorchè S. chiede al direttore se la nave può partire o meno, Pi. risponde che la nave non può partire; S. allora conclude: “Va buo, quando arriviamo sui 60 diamo fondo all’ancora, va”.

4.3. Nonostante sia stato messo a parte della presenza di una falla imponente, S., secondo la ricostruzione operata nel giudizio di merito, non inoltra alcuna comunicazione alla Direzione Marittima di (OMISSIS). Si mette invece in contatto telefonico con F.R., FCC (sigla che sta per “Fleet Crisis Coordinatori”, ossia capo dell’unità di crisi della flotta) della Costa Crociere, e gli comunica di avere urtato con la poppa su un basso fondale, su quello che egli definisce un “piccolo scoglietto” (p. 86 sentenza impugnata); gli segnala inoltre che la nave è in black out e che egli sta dando fondo a un’ancora. Nel che gli avrebbe dato il comandante P. sulla possibilità di avvicinarsi alla costa senza pericolo.

4.4. Nel frattempo arrivano in plancia informazioni ancora più preoccupanti: dapprima (alle 21:58) il comandante in seconda C. informa l’altro comandante in seconda, B., che non è possibile far partire le pompe perchè sono sott’acqua; poi, ricevuta dal nostromo I. la segnalazione che “DG 1, 2 e 3 sono allagati”, segnala a B. che l’acqua continua a salire nei pressi del motore.

Alle 22:00 I., che è sceso in sala motori per verificare la situazione, si mette in contatto via radio con la plancia comunicando “Locali PEM allagati e DG1, DG2, DG3 allagati” e ipotizzando che “Saranno almeno tre compartimenti allagati”. Indi si sposta verso poppa estrema per cercare di capire da dove arriva l’acqua.

Secondo la Corte di merito, poichè i locali PEM e i DG 1, 2 e 3 riguardavano due compartimenti diversi (rispettivamente il 5 e il 7), con questa informazione la plancia viene di fatto informata che almeno due compartimenti sono già interessati dall’allagamento.

Dopo la telefonata con F., S. dice ad A. di rispondere alla capitaneria di porto di (OMISSIS) che c’è stato un blackout, che c’è bisogno di un rimorchiatore e che si sta valutando la situazione; in tal modo, secondo la ricostruzione accolta dalla Corte distrettuale, egli omette di comunicare l’esistenza della falla e l’allagamento del quadro elettrico principale.

In ulteriore colloquio telefonico con il direttore di macchina Pi., alle 22:10, quest’ultimo ribadisce a S. che tutti i motori sono allagati, che il quadro elettrico principale è pieno d’acqua e che c’è stato uno squarcio laterale. La comunicazione di Pi. a S. in base alla quale risultano allagati anche i DG 4, 5 e 6 (ubicati nel compartimento 6) porta a concludere, secondo la Corte d’appello, che a quel punto S. è stato messo al corrente che sono tre i compartimenti allagati (non solo il 5 e il 7, ma anche il 6) e che la riserva di galleggiabilità indicata nella documentazione di bordo è già stata superata (pag. 88 sentenza impugnata).

4.5. Alle 22:13, la Capitaneria di Porto di (OMISSIS) chiama la plancia della Concordia ma S. suggerisce a chi risponde alla chiamata (tale B.) di non riferire della falla. Viceversa, in una nuova telefonata a F. (alle 22:17), egli comunica che i motori elettrici e due compartimenti (quello di prora e quello di poppa) sono allagati, ma la nave è comunque in grado di galleggiare.

Nei minuti successivi, B., I. e C. forniscono conferma in plancia che i motori da 1 a 6 e i locali PEM sono allagati.

Alle 22:25, S. comunica alla Capitaneria di Porto di (OMISSIS) che, oltre al blackout, vi è anche una falla a bordo.

Subito dopo chiama di nuovo F. e gli rivela che la nave ha i motori e tre compartimenti allagati.

4.6. Nel frattempo, i passeggeri non ricevono alcuna comunicazione, salvo la segnalazione, alle 21:54, di un problema elettrico ai generatori, in corso di soluzione: segnalazione sostanzialmente ribadita alle 22:05. I membri dell’equipaggio, a loro volta ignari della natura e della consistenza del problema (non essendone stati informati dal ponte di comando), non sono in grado di fornire notizie ai passeggeri circa l’accaduto, ma qualcuno di loro indossa già il giubbotto di salvataggio e ciò non si concilia con le rassicurazioni diffuse tramite gli annunci sul blackout.

Nel frattempo, in un concitato colloquio fra S. e il suo vice, B., quest’ultimo gli descrive la drammatica situazione, segnalandogli che i passeggeri stanno recandosi sulle lance; dopo avere inizialmente acconsentito a decretare l’emergenza generale e a ordinare l’abbandono nave, S. dice di aspettare, perchè intende prima mettersi di nuovo in contatto con F.. Nel frattempo, viene segnalato che la nave presenta uno sbandamento di 10 gradi.

4.7. Solo alle 22:33 viene schiacciato il pulsante dell’emergenza generale, mentre non viene ancora disposto l’abbandono nave.

Alle 22:36, i passeggeri vengono invitati a recarsi sulle muster stations per seguire le indicazioni del personale. Alle 22:43, vengono invitati ancora una volta a recarsi ai punti di riunione e a indossare il giubbotto di salvataggio, con la precisazione che di lì a poco sarebbero stati trasferiti a terra sulla costa dell'(OMISSIS).

Contattato nuovamente dalla Capitaneria di (OMISSIS), S. precisa che la nave non si è ancora appoggiata sul fondo, che sta galleggiando e che ci sarebbe bisogno di un rimorchiatore.

Mentre si comincia a organizzare l’imbarco dei passeggeri sulle lance sul lato dritto, S. aspetta ancora prima di disporre l’abbandono nave, che viene infine ordinato alle 22:54.

Nel frattempo, però, la nave è già inclinata di 20 gradi sul lato dritto; ciò, se da un lato consente ai passeggeri presenti su tale lato della nave di salire sulle scialuppe e mettersi in salvo, fa sì che i passeggeri sul lato sinistro rimangano bloccati sul ponte 4, perchè l’inclinazione della nave sul lato opposto non permette che le scialuppe di salvataggio presenti sul lato sinistro possano essere ammainate.

4.8. Numerosi passeggeri sono costretti quindi a gettarsi in mare; altri, in assenza di notizie sul da farsi, cercano di raggiungere zone della nave in cui vengono bloccati dall’acqua; successivamente alcuni di loro vengono trascinati nei vortici che l’acqua crea nel risalire lungo i vari ponti della nave.

Alle 23:08 S. chiama la moglie per rassicurarla, e successivamente chiama di nuovo F., segnalandogli fra l’altro che la nave è inclinata a dritta di 20 gradi.

Poco dopo, gli viene segnalato da B. che sul lato sinistro ci sono circa 2000 passeggeri.

Successivamente (ossia attorno alle 23:20, secondo la Corte d’appello), S. impartisce ai suoi ufficiali l’ordine di abbandonare la plancia; in seguito il comandante, dopo avere ispezionato alcuni ponti, si allontanerà a bordo di una delle ultime scialuppe disponibili. Secondo la ricostruzione operata nel giudizio di merito, egli raggiungerà gli scogli della (OMISSIS), ove rimarrà all’incirca fino alle 02:00.

Le operazioni di soccorso, nel frattempo, proseguono fino alle ore 05:45.

4.9. Quanto ai decessi dei 32 passeggeri, secondo quanto emerso nell’istruzione dibattimentale, essi sono tutti intervenuti dopo le ore 24:00.

Come si è accennato, infatti, molti passeggeri erano rimasti ad aspettare sul lato sinistro per molto tempo, prima che iniziassero le operazioni di ammaino delle scialuppe di salvataggio; ad un certo punto, poichè le scialuppe posizionate sul lato sinistro non erano più riuscite a raggiungere l’acqua a causa dell’inclinazione della nave, i passeggeri presenti su tale lato erano rimasti bloccati ed avevano atteso ancora, senza ricevere disposizioni dal personale; solo in un momento successivo (secondo alcuni testimoni, attorno alle ore 24:00), essi erano stati invitati da alcuni ufficiali (a loro volta privi di direttive da parte del comando della nave, secondo la ricostruzione accolta nella sentenza d’appello) a formare una catena umana per spostarsi sul lato dritto, e poter così raggiungere la zona da cui le lance potevano essere fatte partire.

Alcuni passeggeri sono deceduti durante questo tragitto, affogando in voragini che si erano aperte in seguito al ribaltamento della nave. Altri sono invece deceduti in un momento ancora successivo, ossia durante lo spostamento a ritroso da destra a sinistra, dopo essersi accorti, una volta giunti dall’altra parte, che l’acqua era ormai arrivata al ponte 3. Altri ancora sono deceduti per essere scivolati in mare a causa dell’eccessiva inclinazione della nave, o per esservisi gettati senza il giubbotto di salvataggio o senza saper nuotare, o perchè risucchiati dai gorghi.

SINTESI DELLE ACCUSE:

5. Come si è detto, occorre tenere presente la suddivisione fondamentale fra la fase che ha condotto al naufragio della (OMISSIS) e la fase, successiva, dell’emergenza a bordo. Tale suddivisione è stata tenuta presente anche nell’esame degli addebiti mossi all’imputato S., in relazione a ciascuna delle suddette fasi.

Sia in ordine alla causazione colposa del naufragio della nave da crociera, sia in merito alla gestione dell’emergenza e ai delitti colposi di omicidio e lesioni personali, sono state contestate all’imputato numerose condotte (commissive ed omissive), che sono illustrate, sulla base dell’editto imputativo, alle pagine da 76 a 81 e da 94 a 98 della sentenza d’appello (nella parte in cui essa richiama la sentenza emessa in primo grado dal Tribunale di Grosseto).

Si tratta, in estrema sintesi, di una serie di addebiti ascritti allo S. sia a titolo di colpa generica, sia a titolo di colpa specifica (riferiti cioè a condotte che, secondo la tesi d’accusa, avrebbero violato disposizioni legislative, convenzioni internazionali, regole e procedure relative a molteplici aspetti della navigazione) e riguardanti la sua condotta in navigazione e in comando, a proposito: della scelta di modificare la rotta programmata, per di più senza un adeguato supporto cartografico; delle modalità di conduzione della nave e di avvicinamento alla costa del (OMISSIS), fino a pervenire a velocità elevata a ridosso della costa dell’isola, in acque caratterizzate da bassi fondali; del ritardo nella correzione della manovra, tale da non impedire l’urto con il fondale; nonchè riguardanti le omissioni e i ritardi nel porre in essere, dopo l’incidente, azioni doverose che, se intraprese, avrebbero salvato vite umane, con particolare riferimento alle procedure previste nei casi di emergenza ed in specie per la segnalazione dell’emergenza generale e per l’abbandono della nave, nonchè alle disposizioni circa le modalità di ammaino delle scialuppe di salvataggio.

5.1. Mentre con riferimento alla fase della navigazione fino al (OMISSIS), culminata con l’impatto con il fondale e con il naufragio, il Tribunale aveva riconosciuto l’aggravante della colpa con previsione (art. 61 c.p., n. 3), tale aggravante era stata esclusa con riferimento alla fase successiva e, più specificamente, ai decessi e alle lesioni conseguenti alle modalità di gestione dell’emergenza da parte dell’odierno imputato.

5.2. Ulteriori addebiti mossi allo S., riferiti a reati di natura contravvenzionale, riguardano l’omesso rapporto all’autorità marittima competente in merito all’accaduto (ed in specie alla collisione con il fondale e ai guasti che ne conseguirono) e, successivamente, le false informazioni (finalizzate a nascondere la reale situazione di emergenza in cui versava la nave) relative a elementi che, non tempestivamente conosciuti, creavano situazione di pericolo.

5.3. Infine, allo S. è contestato di essersi allontanato dalla (OMISSIS), così violando il dovere comportamentale sanzionato dall’art. 1097 c.n., e di avere abbandonato centinaia di persone di cui doveva avere cura in qualità di comandante (art. 591 c.p.).

LA DECISIONE DELLA CORTE D’APPELLO:

6. La Corte d’appello di Firenze era chiamata a decidere sugli appelli proposti dal Procuratore della Repubblica di Grosseto, dall’imputato (personalmente e per il tramite dei suoi difensori di fiducia, avv.ti Senese e Laino, articolando anche motivi nuovi in aggiunta a quelli in origine proposti), dal responsabile civile Costa Crociere s.p.a. e da alcune parti civili.

6.1. In breve sintesi, quanto all’appello del Procuratore della Repubblica di Grosseto, la Corte distrettuale lo accoglieva parzialmente, con esclusivo riferimento alla pena accessoria dell’interdizione dell’imputato dai titoli professionali marittimi in relazione al delitto di naufragio colposo, pena che applicava; mentre rigettava la doglianza relativa all’esclusione, da parte del Tribunale, dell’aggravante della colpa con previsione con riferimento ai reati di omicidio colposo e lesioni colpose commessi nella fase della gestione dell’emergenza.

6.2. La Corte di merito dichiarava poi inammissibile l’appello dell’avv. Laino, in quanto consistito nella mera trascrizione dell’arringa rassegnata dal detto difensore all’esito del giudizio di primo grado e, come tale, ritenuto privo di specificità in ordine alle ragioni in fatto e in diritto poste a sostegno del gravame.

Venivano altresì, conseguentemente, dichiarati inammissibili i motivi nuovi presentati a esclusiva firma dell’avv. Laino, con i quali si sollecitava la parziale rinnovazione dell’istruzione dibattimentale mediante nuova audizione di alcuni testimoni.

6.3. A seguito di ampia disamina, svolta alle pagine da 155 a 440 della sentenza impugnata (cui, per brevità, si fa rinvio), venivano poi rigettati dalla Corte territoriale, perchè ritenuti infondati, i motivi d’appello rassegnati dall’avv. Senese e personalmente dall’imputato, nonchè i motivi nuovi congiuntamente presentati dall’imputato e dai suoi difensori.

6.4. Con i motivi in origine proposti dall’avv. Senese (nella sintesi operata dalla sentenza d’appello) si contestava, in primo luogo, l’affermazione della penale responsabilità dell’imputato (e, in subordine, si invocava l’esclusione dell’aggravante della colpa cosciente) in ordine al delitto di naufragio colposo, con particolare riguardo alle questioni riguardanti: 1) la rotta tracciata da C. e la rotta seguita da S.; 2) la conduzione della nave, da parte di A., fuori dalla rotta tracciata da C. e il passaggio di una “pentola bollente” (ossia di una situazione già gravemente compromessa) da A. nelle mani di S.; 3) gli errori del timoniere e la loro incidenza causale. In secondo luogo le doglianze riguardavano i delitti di omicidio colposo e lesioni colpose susseguenti alla fase del naufragio, in ordine ai quali si chiedeva l’assoluzione dell’imputato o in subordine la riduzione della pena (sul rilievo dell’asserito, prevalente concorso nei reati di altri ufficiali), con particolare attenzione agli aspetti concernenti: 1) le violazioni normative e i ritardi nella dichiarazione di emergenza generale e nell’invio dei segnali pan pan e, successivamente, di distress e mayday, finalizzati a consentire i soccorsi esterni e il relativo coordinamento; 2) il ritardo nell’ordine di abbandono della nave; 3) il mancato ammaino di tre scialuppe poste sul lato sinistro; 4) la impreparazione del personale e i malfunzionamenti. In terzo luogo, veniva richiesta l’esclusione della responsabilità dell’imputato in relazione ai reati di abbandono d’incapaci e di abbandono nave. Venivano altresì formulate richieste di rinnovazione parziale dell’istruzione dibattimentale, mediante l’audizione di periti e consulenti di parte, l’espletamento di nuova perizia, l’esame di testimoni e l’acquisizione di documenti indicati dalla difesa. Ulteriori richieste riguardavano il trattamento sanzionatorio (applicazione del concorso formale e dell’istituto della continuazione ex art. 81 c.p., comma 2; riconoscimento dell’attenuante di cui all’art. 62 c.p., n. 6; concessione delle attenuanti generiche prevalenti; riduzione della pena ai minimi edittali).

6.5. I motivi articolati personalmente dall’imputato nel suo atto d’appello venivano qualificati dalla Corte di merito come sostanzialmente ripropositivi di alcuni dei motivi di doglianza formulati dall’avv. Senese.

6.6. Quanto ai motivi nuovi congiuntamente proposti, essi erano volti a ottenere in primo luogo una parziale rinnovazione dell’istruzione dibattimentale, mediante confronto fra lo S. e Ciro A. e/o mediante nuova audizione di alcuni testimoni; in secondo luogo, si chiedeva la declaratoria di nullità della sentenza impugnata, per mancato esame, da parte del Tribunale, di una memoria difensiva, chiedendo in subordine che venisse sul punto integrata la motivazione della sentenza di primo grado; in terzo luogo si contestava che lo S. intendesse discostarsi dalla rotta tracciata dall’Ufficiale Cartografo C.; ulteriori motivi consistevano invece in una trascrizione di altri motivi d’appello precedentemente rassegnati.

La Corte fiorentina, come detto, dopo ampio e analitico esame dei singoli motivi d’appello, ne dichiarava per tutti l’infondatezza.

6.7. Neppure trovavano accoglimento i motivi d’appello rassegnati dalla Costa Crociere s.p.a., nella qualità di responsabile civile.

La Costa Crociere s.p.a. si doleva in primo luogo dell’accoglimento delle domande risarcitorie di 32 parti civili, le quali avevano precedentemente stipulato transazioni con la stessa Costa Crociere: su tale statuizione la Corte d’appello dichiarava non luogo a provvedere a seguito della revoca della costituzione delle suddette parti civili; quanto al motivo d’appello relativo all’accoglimento della domanda risarcitoria del Ministero dell’Ambiente, la Corte provvedeva in una con il motivo d’appello rassegnato dal detto Ministero, che veniva accolto, mentre veniva rigettato il motivo proposto dalla società responsabile civile. Venivano parimenti rigettati dalla Corte territoriale i motivi d’appello proposti dalla Costa Crociere avverso le statuizioni risarcitorie in favore del Comune di (OMISSIS) e della Regione Toscana; l’analogo motivo di doglianza relativo all’accoglimento della domanda risarcitoria avanzata dalla Provincia di Grosseto veniva assorbito dalla revoca della costituzione di parte civile dell’Ente.

6.8. Venivano, infine, dichiarati parzialmente fondati gli appelli delle parti civili-passeggeri della (OMISSIS) e di alcuni Enti pubblici e privati. Veniva fra l’altro rigettato l’appello proposto dalle parti civili G.I. e G.H., in origine costituitesi come eredità giacente di G.G. (morta in occasione del sinistro).

LE RINUNCE ALLA COSTITUZIONE DI PARTE CIVILE:

6.9. Va fin d’ora dato atto che, nelle more del presente giudizio, in data 5 aprile 2017, le dette parti civili G.I. e G.H. – che avevano presentato ricorso per cassazione avverso i capi civili della prefata sentenza d’appello, dolendosi della misura del risarcimento liquidato in loro favore e del mancato riconoscimento anche di un danno punitivo – hanno depositato presso la Cancelleria di questa Corte rinuncia alla costituzione di parte civile e contestuale rinuncia al ricorso dalle stesse presentato.

Hanno inoltre rinunciato alla costituzione di parte civile la Regione Toscana (con atto depositato il 7 marzo 2017), nonchè i signori E.S.I., K.A., N.A.K., S.E.O. e O.M.S. (con atto depositato il 17 febbraio 2017).

Hanno altresì revocato la costituzione di parte civile F.A., A.I.N., C.P.I.P.D., I.H., K.M., S.G. e So.Mu..

I RICORSI:

7. Avverso la prefata sentenza d’appello hanno presentato ricorso il Procuratore generale presso la Corte d’appello di Firenze, l’imputato S.F. (con atti a firma dei suoi difensori di fiducia, nonchè a mezzo atti personalmente sottoscritti) e le parti civili G.I. e G.H. (in origine come eredità giacente di G.G.), le quali come già accennato hanno, nelle more del giudizio, rinunciato al ricorso.

Di seguito, quindi, verranno illustrati nell’ordine il ricorso del Procuratore generale della Corte d’appello di Firenze e, quindi, i ricorsi e i motivi nuovi (nonchè le memorie integrative) rassegnati nell’interesse dell’imputato.

RICORSO DEL PROCURATORE GENERALE PRESSO LA CORTE D’APPELLO DI FIRENZE

8. Il ricorso del Procuratore generale presso la Corte d’appello di Firenze è affidato a due motivi.

8.1. Con il primo motivo si deduce difetto di motivazione e falsa (dis)applicazione dell’art. 61 c.p., n. 3 con riguardo ai plurimi reati di omicidio colposo e lesioni colpose, oggetto della contestazione di cui al capo A) dell’imputazione.

Premette il P.G. ricorrente che il Procuratore della Repubblica di Grosseto, a fronte della esclusione della circostanza aggravante della colpa cosciente da parte del Tribunale in relazione ai reati in oggetto, aveva proposto appello sul punto, rilevando che la descrizione di quanto avvenuto il (OMISSIS) successivamente all’impatto della Concordia con il basso fondale delle (OMISSIS) rendeva palese la sussistenza di detta aggravante. Significativa a riguardo era la conversazione telefonica intervenuta alle ore 21:51:34 tra il comandante S. ed il direttore di macchina Pi., il quale aveva rappresentato una situazione di fatto talmente drammatica e catastrofica da aver indotto il comandante ad esclamare la frase “Cioè, stamm jenn a ffunn, praticamente”. La consapevolezza esplicitata con queste parole dal comandante circa l’affondamento repentino della nave in conseguenza delle (primissime) parole del direttore di macchina Pi., a pochissimi minuti dall’impatto con le (OMISSIS), comportava, ipso facto, la rappresentazione del rischio concreto di perdita di vite umane o del ferimento di alcune o anche di una sola. Da altre due dichiarazioni registrate, risalenti alle 22:32 e alle 23:05, e dalla telefonata delle ore 1:46 con il comandante D.F.G. della Guardia Costiera di (OMISSIS), era emersa la rappresentazione nel comandante di un esito infausto conseguente all’urto, accadimento tuttavia escluso in ragione della sua abilità nel gestire la situazione di estrema emergenza. Nella prima, il comandante S. aveva parlato dell’imbarco dei passeggeri sulle lance ed aveva pronunciato la frase “…e poi Dio ci pensi”; nella seconda, aveva detto “io non voglio…io non faccio morire a nessuno qui”; nella telefonata infine, venuto a sapere delle prime vittime, non aveva perso il controllo ed aveva chiesto “quanti morti ci sono?”. Anche durante l’esame dibattimentale l’imputato aveva del resto ammesso che durante le fasi di emergenza e di abbandono della nave aveva temuto che la gente si buttasse in mare ed aveva ancora dichiarato che in ogni abbandono di nave si verificavano dei morti. Dunque l’imputato, secondo il P.M. appellante, aveva ammesso che l’evento tragico in questione, alternativo o cumulativo (di morti e feriti), lo aveva sempre avuto chiaro in mente, anche in considerazione del numero delle persone, 4229, che, tra passeggeri ed equipaggio, si trovavano a bordo. Pur nella consapevolezza di tale rischio, il comandante aveva omesso di attivare la procedura anti-falla, nascondendo la reale situazione alla gran parte dell’equipaggio, ai passeggeri, all’Autorità marittima e ritardando la comunicazione all’MRSC, il segnale di distress ed il contestuale mayday, il segnale di emergenza generale e poi quello di abbandono di nave. Di qui la certezza che il comandante S. aveva accettato la situazione di pericolo posta in essere con la sua condotta, caratterizzata dalla violazione di tutte le procedure finalizzate alla conservazione dell’integrità fisica e della vita delle persone imbarcate, prospettandosi che si potesse verificare la morte o il ferimento di alcune di loro, pur confidando nel fatto che tali eventi non si sarebbero verificati, convinzione che valeva ad escludere il dolo eventuale ma non la colpa cosciente. Il Tribunale invece, dal fatto che lo S. avesse indugiato a far chiamare i rimorchiatori, aveva desunto una sua non piena rappresentazione della gravità della situazione, da cui aveva fatto ulteriormente discendere il dubbio che egli non avesse davvero messo in conto, per una smisurata colpa o ignoranza, l’ipotesi che anche una sola persona a bordo potesse morire o ferirsi.

La Corte territoriale aveva ritenuto tale motivo di appello infondato.

Condividendo il giudizio controfattuale del Tribunale, aveva evidenziato che nella fase della gestione dell’emergenza, la chiamata dell’emergenza generale avrebbe dovuto essere fatta alle 21:58 e la diramazione dell’ordine di abbandono della nave alle ore 22:28.

Conseguentemente, per ascrivere allo S. l’aggravante della colpa cosciente in relazione ai reati colposi plurimi di omicidio e lesioni personali, causati appunto dai ritardi con i quali erano intervenute dette attività, sarebbe stato necessario dimostrare che, non oltre le 22:28 (o, comunque, le 22:30, ove si fosse ritenuto che l’emergenza generale avrebbe dovuto essere data quanto meno alle ore 22:00), l’imputato si fosse già concretamente rappresentato gli eventi predetti come possibili/probabili conseguenze della sua condotta. Secondo i giudici di appello, le registrazioni valorizzate dal Procuratore di Grosseto nell’atto di gravame non erano di per sè indicative di una colpa cosciente: l’espressione “Dio ci pensi”, pronunciata dall’imputato alle ore 22:32 mentre parlava con la capitaneria di (OMISSIS) che gli stava chiedendo informazioni sullo stato della crisi a bordo, era solo genericamente invocativa e non univocamente interpretabile nel senso sostenuto dall’appellante; l’altra frase pronunciata alle 23:05 mentre lo S., su un’ala della plancia, stava parlando in tono confidenziale con il maitre di bordo O.C. “io non voglio…non faccio morire a nessuno qui”, se era dimostrativa del fatto che in quel momento l’imputato si era rappresentato la possibilità della morte di alcune persone a bordo, non provava che analoga consapevolezza egli avesse avuto già in precedenza, nei limiti di tempo innanzi ricordati. Anche la domanda rivolta al comandante D.F., dopo aver saputo delle prime vittime, di quanti morti ci fossero, era basata su una valutazione soggettiva di interpretazione non inoppugnabile, e comunque era intervenuta anch’essa in un momento successivo a quello che interessava ai fini della configurazione dell’aggravante in esame. Infine, la dichiarazione che “in ogni abbandono di nave si verificano morti”, insieme ad altre pronunciate nel corso dell’esame dibattimentale, appariva fortemente influenzata dalle sopravvenute esigenze difensive e non costituiva una effettiva ammissione della concreta previsione dei decessi e delle lesioni in quei frangenti.

Dunque, concludeva la Corte, la prova della colpa cosciente dell’imputato non poteva essere tratta, con ragionamento inferenziale sufficientemente affidabile, dagli elementi suggeriti dall’accusa, che apparivano indicativi della gravità della situazione di emergenza e, quindi, della prevedibilità in astratto dell’evento, ma non anche della previsione in concreto di esso da parte di S., il cui intento era piuttosto focalizzato sul tentativo di salvare la nave.

Con l’odierno ricorso, il P.G. evidenzia che, nonostante lo specifico rilievo del P.M. appellante, la Corte fiorentina aveva ignorato, così come aveva fatto il Tribunale, la specifica conversazione intercorsa fra il comandante S. ed il direttore di macchina Pi., che gli aveva confermato che alle ore 21:51 la nave stava andando a fondo, dimostrativa che in quel momento l’imputato si era certamente rappresentato non soltanto il rischio, bensì la concreta e certa morte di persone che si trovavano a bordo, ed aveva il tempo di emanare quell’efficace ordine di emergenza generale e di abbandono della nave che avrebbe comportato il non verificarsi delle morti e delle lesioni. Sottolinea che tale telefonata era intervenuta ben prima delle ore 21:58, ora entro la quale avrebbe dovuto essere diramata l’emergenza generale, e prima delle 22:28, ora entro la quale avrebbe dovuto ordinare l’abbandono della nave, e rileva che se tale telefonata fosse stata presa in considerazione, la Corte territoriale sarebbe giunta a conclusioni differenti rispetto al momento in cui l’imputato si era rappresentato concretamente l’evento.

A parere del ricorrente, l’impugnata sentenza è perciò affetta da vizio della motivazione, poichè, come risulta dal testo stesso dell’atto, non è stato preso in esame un decisivo elemento di prova, pur documentato in atti ed evidenziato dal P.M. nell’atto di appello, così come era stata data un’interpretazione illogica della dichiarazione autoaccusatoria resa in dibattimento allorquando l’imputato aveva affermato che gli abbandoni di nave comportano sempre dei morti.

8.2. Con il secondo motivo si lamenta difetto di motivazione e falsa applicazione dell’art. 133 c.p. in relazione alla determinazione della pena base per tutti i reati e all’entità dell’aumento per le aggravanti ed ex art. 81 c.p..

Anche nell’esposizione di tale ragione di censura, il ricorrente riporta quanto argomentato dal Procuratore della Repubblica di Grosseto nei motivi di appello riguardanti il trattamento sanzionatorio, di cui aveva chiesto un aggravamento, ritenendo la modestia delle pene inflitte.

La pena applicata per il reato di naufragio è stata di quattro anni, inferiore alla metà della cornice edittale prevista per quel delitto, aumentata a cinque per l’aggravante della colpa cosciente.

Il Tribunale aveva definito “criminale” la scelta del comandante S. di portare una nave, con quelle caratteristiche di stazza ed a quella velocità, così in prossimità dell’isola, ed aveva ritenuto che la quota principale di responsabilità andasse addossata – pur nel concorso con le condotte colpose degli ufficiali A. e Co. che erano presenti sul ponte di comando – allo S., quale esclusivo responsabile della scelta di mutare la rotta, programmata in tutta sicurezza dall’ufficiale cartografo C., e di avvicinarsi all’isola, nella concreta previsione dell’evento che poi si era verificato. Nella parte della sentenza dedicata alla determinazione della pena aveva poi valutato a favore dell’imputato il concorso di colpe di altri soggetti, l’incensuratezza, il rispetto delle misure cautelari personali degli arresti domiciliari e dell’obbligo di dimora. Secondo il Procuratore di Grosseto appellante, gli ultimi due elementi appena menzionati andavano bilanciati con i motivi futili che avevano determinato il naufragio, con la pessima condotta processuale dell’imputato e con il comportamento volto a scaricare su altri la propria responsabilità, e dunque la pena di soli quattro anni era stata applicata principalmente per aver tenuto conto delle responsabilità degli ufficiali A., Co. e del timoniere R.B.. Il Tribunale aveva però poi configurato esclusivamente nei confronti di S. l’aggravante della colpa con previsione, ritenendo che gli altri tre componenti la guardia sul ponte di comando, nel tratto di navigazione prima dell’urto fatale, non fossero a conoscenza della nuova rotta, decisa dal comandante e non condivisa in alcun modo con altri. Appariva allora ulteriormente contraddittorio aver riconosciuto, da parte del Tribunale, tale aggravante in capo al solo S. e poi aver mitigato la pena in considerazione del contributo, davvero minimo, nella causazione del naufragio degli altri tre correi, i quali, proprio perchè esclusi dalle decisioni improvvisate ed azzardate del loro comandante, avevano una ancor più grande difficoltà ad interagire ed a collaborare con lui. Anche l’aumento di pena per l’aggravante della colpa cosciente – pari ad un anno – nettamente inferiore al massimo applicabile, di un terzo rispetto alla pena base, non si conciliava con l’affermazione del Tribunale circa il massimo grado di colpa, generica e specifica, di natura professionale, ravvisata a carico dell’imputato, caratterizzata sia dalla colpevole sottovalutazione del pericolo di un evento, previsto e rappresentato nella sua mente, che dalla sopravvalutazione delle sue abilità marinaresche al fine di scongiurarlo.

La pena applicata per il reato di omicidio colposo e lesioni colpose plurimi è stata di anni 10 di reclusione, determinata partendo da una pena base di cinque anni per la morte della piccola A.D., una bambina di neanche sei anni di età, e raddoppiata per gli ulteriori 31 morti e 193 feriti.

Secondo il Procuratore appellante tale pena – per quanto già detto in relazione al delitto di naufragio ed alla scarsa rilevanza della condotta colposa dei coimputati – doveva essere collocata in prossimità del massimo edittale, così come l’aumento, previsto dall’art. 589 c.p., u.c., fino al triplo, stante il grado “monumentale” della colpa dell’imputato e l’assoluta futilità dell’origine delle condotte che un tale micidiale epilogo avevano determinato, il fatto cioè di aver voluto il comandante fare un favore ad un capo cameriere ed una bravata per pochi amici, passando con un transatlantico come la (OMISSIS) a pelo di scoglio con l'(OMISSIS).

Per la contravvenzione di omesse comunicazioni alle autorità marittime il Tribunale ha applicato la pena base di 15 giorni di arresto, aumentata a giorni 20 per l’aggravante dell’art. 112 c.p., n. 3), ed ancora a giorni 30 per gli ulteriori tre fatti-reato in continuazione ex art. 81 c.p., comma 2.

Il Procuratore di Grosseto aveva proposto appello anche avverso tale statuizione, censurando l’incongruità per difetto: a) della pena base, prossima al minimo edittale; b) dell’aumento di pena per la circostanza aggravante ritenuta; c) dell’aumento minimo per la continuazione dei fatti-reato contestati. La dolosa macchinazione dello S. nel far dare alle autorità marittime false informazioni sullo stato della nave, con il rischio concreto di un ritardo nei soccorsi, aveva costituito una condotta gravissima, resa ancor più riprovevole dal fatto di aver abusato del suo ruolo gerarchico per far commettere il reato a tre dei suoi giovani ufficiali, che avevano poi dato quelle comunicazioni false su suo preciso input. Andava quindi aggravata la pena base, su cui conseguentemente calcolare l’aumento massimo di un terzo ex art. 112 c.p., n. 3. Vi erano stati ben quattro episodi di false comunicazioni, ogni volta il reato era stato commesso con un diverso ufficiale (prima A.C., poi B.A., poi C.S., infine ancora A.C.), messo nella condizione di dire il falso e di cooperare nella disastrosa gestione dell’emergenza, e dunque anche l’aumento per la continuazione di soli 10 giorni era irrisorio.

Il reato di abbandono di persone incapaci (art. 591 c.p.) e di abbandono di nave in pericolo da parte del comandante (art. 1097 c.n.) sono stati contestati e ritenuti dal Tribunale in rapporto di concorso formale eterogeneo, senza assorbimento dell’uno nell’altro.

L’appello del Procuratore di Grosseto aveva riguardato, anche in questo caso, due distinti punti del trattamento sanzionatorio, e segnatamente: a) la determinazione della pena base per il reato di cui all’art. 591 c.p.; b) l’aumento di pena per il concorso formale ex art. 81 c.p., comma 1, in relazione all’art. 1097 c.n.. Il Tribunale aveva applicato la pena base di mesi 8 di reclusione, prossima al minimo (pari a mesi 6), nonostante la gravità oggettiva della condotta di abbandono di persone incapaci, alcune centinaia, e dell’intensità del pericolo di vita cui erano rimaste così esposte, tenendo conto delle peculiari motivazioni che avevano indotto l’imputato a tale gesto, maturato solo dopo essersi reso conto dell’imminenza di un pericolo di morte, che lo aveva reso incapace di adempiere al proprio dovere. Secondo l’appellante invece la decisione di scendere dalla nave era stata assunta dallo S. dopo essere salito sul ponte 11 per constatare personalmente la situazione, circostanza avvalorata dalla condotta successivamente tenuta:

sapendo che le persone erano in difficoltà sul lato più inclinato di sinistra, era prima sceso in cabina al ponte 7 per prelevare i documenti di bordo e poi si era portato sul ponte 3 di dritta dove le lance facevano la spola per portare le persone a terra. In soli 30 minuti l’imputato aveva deciso di scendere ed era concretamente sceso dalla nave, abbandonando le persone a bordo, dopo aver egli stesso creato quella incredibile situazione di pericolo con le sue decisioni di cambiare la rotta pianificata e di navigare a vista, con una irresponsabile gestione della situazione dopo l’urto, con i clamorosi ritardi accumulati prima di procedere con l’emergenza generale e l’ordine di abbandono della nave. Per questa “ignominiosa ed ingiustificabile fuga dalla nave in difficoltà” gli era stata comminata una pena di poco superiore al minimo, nonostante fosse l’unico accusato di tale reato e non dovesse quindi condividere la responsabilità con altri ufficiali, e dunque vi era stata una non plausibile sproporzione tra le dimensioni oggettive del fatto reato e la esigua pena inflitta. Le medesime considerazioni andavano estese all’aumento per il concorso formale con il reato di abbandono di nave in pericolo da parte del comandante, determinato in soli mesi 4 di reclusione, in contrasto con tutto quanto era avvenuto e con il dovere giuridico e morale del comandante di assistere le persone a lui affidate.

Ulteriore motivo di appello del Procuratore di Grosseto aveva infine riguardato la durata della pena accessoria dell’interdizione temporanea dai titoli professionali marittimi, a mente dell’art. 1082 c.n., comma 1, n. 1) e artt. 1083 e 1103 c.n., applicata in misura pari all’aumento di mesi 4 per il reato di cui all’art. 1097 c.n., da rideterminare in peius in conseguenza del richiesto aumento della detta sanzione.

La Corte di Firenze confermava il trattamento sanzionatorio inflitto in prime cure, ritenendo rispettati i criteri dell’art. 133 c.p..

Secondo i giudici di appello, quanto al delitto di naufragio, il Tribunale aveva giustamente riconosciuto il ruolo preminente ricoperto da S., mentre i dati della giovane età, della minore esperienza e della mera subordinazione gerarchica dei corresponsabili nella fattispecie, erano da considerarsi in definitiva neutri, trattandosi peraltro di un contesto professionale in cui ciascuno ricopriva un proprio ruolo e quindi non giustificavano di per sè un inasprimento di pena per l’imputato. Correttamente erano state poi valorizzate l’incensuratezza e l’osservanza degli obblighi imposti con le misure cautelari. Quanto alla colpa cosciente, la stessa ben poteva non rientrare nel giudizio di graduazione della colpa previsto dall’art. 133 c.p., n. 3, anche perchè, così facendo, il Tribunale aveva evitato a monte una duplice operatività della previsione dell’evento in funzione della pena, la prima per stabilire la pena base e la seconda come aggravante, optando per una valenza sanzionatoria della colpa cosciente solo per quest’ultimo profilo.

Anche la pena irrogata per i reati colposi di omicidio e lesioni personali plurimi, secondo la decisione della Corte distrettuale, era stata corretta. Il Tribunale aveva addebitato a S. una responsabilità molto più grave rispetto a quella degli altri imputati, in considerazione delle sue condotte, sviluppatesi nell’intero arco della vicenda, e del suo ruolo apicale, che gli garantiva l’esclusiva potestà decisionale, non mancando di rilevare le responsabilità del comandante in seconda B.R., la cui posizione era stata archiviata.

Congrue anche le pene applicate, nel rispetto dei criteri dell’art. 133 c.p., per gli altri reati e la durata della pena accessoria, così come erano stati ben motivati dal Tribunale gli aumenti per le aggravanti e per la continuazione. In particolare, per le contravvenzioni di false comunicazioni all’autorità marittima, ritenute dolose, era stata comminata la pena dell’arresto, alternativa a quella dell’ammenda, ed applicato il massimo di un terzo per l’aggravante dell’art. 112 c.p., comma 1, n. 3, mentre per i reati di abbandono della nave ed abbandono di persone incapaci si era tenuto conto del grado del dolo non particolarmente intenso e valorizzato il comprensibile stato di paura del comandante.

Il Procuratore Generale ricorrente ritiene invece che la Corte territoriale non abbia replicato adeguatamente e completamente alle articolate argomentazioni contenute nell’atto di appello del P.M., oltre che a quelle della requisitoria dello stesso Procuratore Generale di udienza, in ordine alle pene da infliggersi concretamente per i singoli reati. L’impugnata sentenza contiene solo uno stereotipato riferimento ai criteri di cui all’art. 133 c.p., di norma sufficiente per garantire che il giudice abbia esaminato tutti gli aspetti oggettivi e soggettivi del reato per la determinazione della pena, ma non adeguato quando, come nella specie, l’applicazione di tali criteri sia stata diffusamente e partitamente contestata.

Le doglianze del P.M. appellante non hanno trovato alcuna dettagliata risposta argomentativa, essendosi la Corte fiorentina limitata a condividere in maniera acritica le considerazioni del Tribunale.

La mancata replica alle singole critiche dell’appellante integra il denunciato vizio di motivazione.

Di qui la richiesta di annullamento con rinvio della sentenza impugnata.

RICORSO AVV. LAINO:

9. L’Avv. Laino Donato, nell’interesse di S.F., ha presentato autonomo ricorso nel quale prospetta due motivi.

9.1. Con il primo motivo lamenta nullità della sentenza per violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. c) in relazione all’art. 581 c.p.p., art. 585 c.p.p., commi 2, lett. c) e comma 4, art. 178 c.p.p., comma 1, lett. c) e art. 179 c.p.p..

A sostegno della doglianza espone che la Corte d’Appello ha dichiarato l’inammissibilità dei motivi nuovi ex art. 585 c.p.p., comma 4, da lui sottoscritti e depositati il 12 aprile 2016, quale ritenuta conseguenza dell’intervenuta dichiarazione d’inammissibilità della impugnazione dell’appello a sua firma depositato il 24 settembre 2015, omettendo qualsiasi riferimento e valutazione dell’ulteriore atto di impugnazione depositato il 14 ottobre 2015. Fermo il diritto di ciascuno dei difensori dell’imputato di proporre diversi ed autonomi motivi di appello e stante la tempestività dell’impugnazione rispetto alla scadenza dei termini di deposito, prorogata al 15 ottobre, la Corte si era limitata a fare riferimenti di mero carattere illustrativo all’atto di d’impugnazione depositato il 14 ottobre 2015 per poi dichiarare la inammissibilità dei motivi aggiunti.

9.2. Con il secondo motivo lamenta nullità della sentenza per violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1 lett. e), in relazione all’art. 192 c.p.p., commi 1 e 2, art. 533 c.p.p., comma 1, e art. 546 c.p.p., comma 1, lett. e), art. 605 c.p.p., comma 1, e art. 24 Cost..

La completa omessa valutazione dell’atto di impugnazione del 14 ottobre 2015 e la illegittimità della dichiarazione di inammissibilità dei motivi nuovi a firma dell’esponente difensore, con la conseguente loro omessa valutazione, hanno comportato il mancato esame delle questioni proposte e leso il diritto di difesa.

Per tali ragioni conclude per l’annullamento della impugnata sentenza con rinvio ad altra sezione della Corte d’Appello di Firenze, affinchè valuti gli specifici motivi di impugnazione depositati il 14 ottobre 2015, unitamente ai motivi aggiunti depositati il 12 aprile 2016 ed alla memoria ex art. 121 c.p.p. depositata all’udienza del 19 maggio 2016.

Ricorso congiunto degli avv.ti LAINO E SENESE NELL’INTERESSE DELL’IMPUTATO S.:

10. Il ricorso depositato dagli Avv. Laino Donato e Senese Saverio, sempre nell’interesse di S.F., consta di nove motivi.

10.1. Con il primo motivo si denuncia nullità della sentenza per violazione dell’art. 33 c.p.p. e R.D. 30 gennaio 1941, n. 12, art. 110, comma 6 (ordinamento giudiziario), in relazione all’art. 178 c.p.p., comma 1 lett. A), e art. 179 c.p.p., artt. 24, 25 e 111 Cost., violazione degli artt. 6 e 7 CEDU, per avere celebrato il processo un collegio (prima sezione penale della Corte territoriale) diverso da quello cui era tabellarmente destinato (terza sezione penale della Corte stessa) e per essere stato costituito un Collegio della Corte d’Appello di Firenze ad hoc, esclusivamente per la celebrazione del presente processo.

L’impugnata sentenza è stata emessa all’esito del processo celebrato dinanzi alla 1^ Sezione penale della Corte d’Appello di Firenze, sebbene le tabelle relative all’organizzazione degli uffici giudiziari per il triennio 2014-2016 prevedessero la competenza della III Sezione penale di quella Corte per la trattazione dei reati di omicidio colposo e lesioni colpose. Si era pertanto realizzata una situazione extra ordinem, poichè era stato costituito un Collegio appositamente destinato, in via esclusiva, alla celebrazione del presente processo, nonostante il regolare funzionamento della 3 Sezione penale, che continuava a trattare, nel medesimo periodo, gli altri processi per omicidio colposo. Ciò costituiva violazione dell’art. 178 c.p.p., n. 1, lett. a) e art. 179 c.p.p., disposizioni da leggersi alla luce dei principi costituzionali, tra loro strettamente correlati, della imparzialità e della precostituzione del giudice naturale, da inquadrare a loro volta nel contesto delle garanzie costituzionali previste per assicurare al cittadino un giusto processo.

A sostegno di tale motivo i difensori in data 15 febbraio 2017 hanno depositato copie conformi delle tabelle di organizzazione della Corte d’Appello di Firenze per l’indicato triennio di interesse.

10.2. Con il secondo motivo di ricorso, relativo al delitto di naufragio, si denunciano: a) Violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. c), artt. 62, 63, 64, 65, 191 e 526 c.p.p.; nullità della sentenza nella parte nella quale utilizza, nonostante che il consenso fosse stato prestato unicamente dai difensori e non anche dallo S., le dichiarazioni rese dall’indagato al P.M. e al G.I.P. nella fase delle prime indagini, peraltro ritenendole plusvalenti rispetto all’esame cui l’imputato si sottopose nel corso di ben cinque udienze dibattimentali; totale omessa motivazione sulle ragioni di tale decisione; b) Violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. c), in riferimento all’art. 192 c.p.p., comma 3 e art. 210 c.p.p. nella parte nella quale i giudici del fatto hanno utilizzato come prova le dichiarazioni di A.C. sebbene fossero tutte prive di ogni riscontro; c) Violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. c), in riferimento agli artt. 63, 64 e 191 c.p.p., art. 193 c.p.p., comma 3 e artt. 197 bis e 526 c.p.p. per avere i giudici del fatto utilizzato come prova testimoniale le dichiarazioni di C.S. sebbene costui dovesse essere esaminato come imputato di reato connesso.

Secondo il ricorrente la sentenza affida la sua decisione a prove illegittimamente acquisite, in violazione o inosservanza delle norme processuali, incentrando la motivazione nell’indicazione delle prove che avevano consentito di ribadire che S. avesse deliberatamente e colposamente deciso di non rispettare la rotta da lui stesso compilata il mattino del (OMISSIS) con il cartografo C., rotta che prevedeva il passaggio in sicurezza della nave a non meno di mezzo miglio dagli scogli delle (OMISSIS). Le dette prove sono diffusamente indicate nell’interrogatorio di garanzia reso al G.I.P. dallo S., nelle dichiarazioni accusatorie del primo ufficiale A.C. e nelle dichiarazioni testimoniali dell’ufficiale cartografo C..

Quanto all’interrogatorio di garanzia, lo stesso non è stato legittimamente acquisito in quanto il consenso alla sua acquisizione era stato prestato solo dai difensori e non esplicitato personalmente anche dall’imputato, come invece necessario; inoltre la Corte di Appello non ha indicato le ragioni per le quali, visto che l’imputato era stato diffusamente sentito in dibattimento sugli stessi punti, e che solo le dichiarazioni rese nel contraddittorio delle parti, su richiesta del P.M., hanno natura e valore di prova, aveva invece valorizzato le dichiarazioni rese nel corso dell’interrogatorio di garanzia. Di qui anche il vizio motivazionale.

Quanto alle dichiarazioni rese da A.C., imputato di reato connesso, la Corte di Appello vi fa continuo riferimento per dimostrare la scelta del comandante di adottare la rotta che determinò il naufragio, omettendo però di indicare sia gli elementi esterni di prova a riscontro, sia la intrinseca credibilità del racconto. Tale vizio, a dire del ricorrente, si coniuga nello specifico con un insuperabile vizio motivazionale, avendo la Corte omesso totalmente di confrontarsi con le circostanze, fortemente significative, dedotte nei motivi di appello e dimostratrici del nesso esistito tra gli errori di A. e il naufragio. I giudici di merito avevano ribadito l’attendibilità del teste A. nella parte in cui aveva tentato di giustificare il suo fuori rotta attribuendo l’omessa manovra di accostata ad un segnale fattogli da S., sebbene si trattasse di una propalazione resa da un coimputato che aveva definito la sua posizione con un patteggiamento, e non fossero stati acquisiti riscontri oggettivi di tale segnale che S. avrebbe effettuato mostrandogli la mano con il palmo aperto, come a dire di aspettare che terminasse la telefonata in corso con il P., gesto che nessuno dei testi presenti in plancia ha dichiarato di aver visto. Vi era stato quindi un travisamento per omessa motivazione su circostanza dotata di valore determinante, con riferimento alle colpe del primo ufficiale nella causazione del naufragio ed alla loro autonoma efficienza causale.

Quanto alla testimonianza dell’ufficiale cartografo C., trattasi di una prova acquisita in violazione dei divieti stabiliti dalla legge e, in quanto tale, inutilizzabile. Il procedimento nei confronti del C., per concorso nel reato di false comunicazioni alle autorità portuali, era stato archiviato, ma tale epilogo conclusivo da un lato non escludeva la necessità dell’assistenza difensiva del C. nel corso della deposizione testimoniale, e sotto altro aspetto comportava una ridotta valenza probatoria delle sue dichiarazioni. La Corte fiorentina si era invece limitata ad affermare che le dichiarazioni accusatorie del C. – laddove aveva detto ripetutamente che il comandante non intendeva seguire la rotta da lui tracciata quella mattina – erano dotate del valore della testimonianza, non dovendogli essere riconosciuta la qualifica di imputato di reato connesso, attesa l’intervenuta archiviazione, con ciò incorrendo in assenza di motivazione rispetto ai rilievi difensivi e nell’inosservanza delle norme processuali.

Ulteriore omissione di motivazione attiene al fatto che non erano emersi altri elementi idonei a dimostrare che in effetti S. avesse manifestato il proposito di navigare “a vista”, ed anzi vi era una prova tecnico-documentale certa, rappresentata dalla perizia trascrittiva operata dai Carabinieri, che dimostrava l’inesistenza della frase che C. attribuisce a S. “poi vado io”, come ribadito dalla difesa anche nei motivi aggiunti di appello.

Anche qui la violazione di norme processuali si fonde con il travisamento della prova e la carenza motivazionale.

10.3. Con il terzo motivo, sempre relativo al delitto di naufragio, si denunciano: a) Violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1 lett. b), con riferimento agli artt. 40 e 41 c.p., art. 449 c.p., comma 2, art. 27 Cost., commi 1 e 3. Violazione nesso conseguenzialità; b) Illegittima sopravvalutazione dei profili di colpa “generici”. Omessa motivazione sulla eccepita non incidenza degli stessi sul determinismo dell’evento; c) Vizi della motivazione – Violazione dell’art. 192 c.p.p., commi 1 e 2: i profili di colpa “specifici” posti a fondamento della decisione sono affidati a circostanze insicure ed a congetture arbitrarie, peraltro inconciliabili con i dati obiettivi; d) Nullità della sentenza per essere incorsa in cinque travisamenti che hanno compromesso in modo decisivo l’interna coerenza logica della decisione; e) Illegittima sottovalutazione degli errori di altri ufficiali; f) Illegittima sottovalutazione di errori determinanti commessi dal timoniere; g) Omessa motivazione con riferimento alla dimostrata correttezza degli ordini impartiti da S.; h) Omesso esame della memoria della difesa e delle allegate posizioni della nave estrapolate dalla scatola nera; i) Il concorso di colpe e omessa motivazione sulla denunciata interruzione del rapporto di causalità essendo state le cause sopravvenute autonomamente idonee a determinare l’evento.

La difesa nei motivi di appello aveva analizzato ad una ad una le singole regole cautelari violate e dimostrato come tali violazioni non avessero avuto alcun rapporto causale con gli eventi disastrosi. La Corte invece non ha svolto alcuna motivazione in tema di nesso di causalità tra la violazione della regola ed il danno, ovvero sulla causalità della colpa.

Inoltre, sempre omettendo di confrontarsi con gli argomenti difensivi, ha illegittimamente sopravvalutato i profili di colpa “generici” ricopiando le argomentazioni del Tribunale, senza applicare i principi in tema di responsabilità omissiva, verificando se senza le rilevate omissioni l’evento si sarebbe del pari verificato.

Ancora, ha posto a fondamento della sua decisione circostanze insicure, meramente probabili, per dimostrare che il comandante S. avesse scelto deliberatamente di non rispettare la rotta, avvicinando la nave in maniera imprudente ed eccessiva all'(OMISSIS), causandone così colposamente il naufragio: cita in proposito il colloquio con il comandante P., al quale aveva chiesto indicazioni sulla profondità del fondale, il colloquio con l’ A., di cui si è già detto, ancora i colloqui successivi al naufragio con F. e M., in relazione ai quali è stata data un’interpretazione malevola di frasi pronunciate a caldo da una persona profondamente provata dall’evento, senza tenere conto del suo stato d’animo.

I profili di colpa specifici imputati all’odierno ricorrente corrispondono ad altrettanti travisamenti su circostanze determinanti.

Il primo, di cui si è già detto, attiene alla credibilità delle dichiarazioni del C. circa il cambio di rotta, senza tener conto del timore dell’ufficiale di essere coinvolto nell’incriminazione.

Il secondo travisamento per omissione di prova favorevole all’imputato attiene al fatto che, appena assunto il comando, S. aveva chiesto al timoniere di impostare la rotta a 300^ e dunque era convinto che la nave in quel momento si trovasse sulla rotta di 334^, ignorando che l’ A. gli aveva consegnato la nave quando era già fuori rotta di 35-36 gradi.

Il terzo travisamento attiene all’affermazione, puramente ipotetica, dei giudici di merito che S. quando assunse il comando si trovasse davanti al radar, circostanza smentita dal fatto che alle ore 21:35:52 egli aveva chiesto all’ A. la velocità ed il primo ufficiale gli aveva risposto 15,4 nodi, domanda non necessaria in quanto il dato era leggibile sulla schermata del radar e dunque dimostra che egli non era in quel momento davanti al monitor.

Quarto e quinto travisamento attengono alla posizione della nave prima del Way Point, avanzata di due miglia marine rispetto all’indicato 0,1 miglio, e della rotta effettiva, che non gli era stata comunicata.

Sotto altro profilo, la Corte fiorentina aveva sottovalutato l’apporto causale delle condotte degli altri ufficiali presenti, in particolare della condotta dell’ A. che aveva portato la nave fuori rotta, impedendo a S. la prevedibilità ed evitabilità dell’evento.

Del pari erano stati sottovalutati i gravi e numerosi errori del timoniere nel ritardare l’esecuzione dei comandi – attribuiti in sentenza all’isteresi del timone ed alla eccessiva rapidità con la quale erano stati impartiti gli ordini – e che avevano inciso nella produzione deterministica quali fattori sopravvenuti di per sè idonei a determinare gli eventi.

Neppure erano stati presi in considerazione i rilievi formulati nell’atto di appello che gli ordini impartiti da S., se eseguiti, avrebbero impedito l’evento; era stato omesso l’esame della memoria difensiva depositata il 19 maggio 2016 nella quale era stato documentato che allo S. era stata consegnata una nave già irrimediabilmente fuori rotta; infine, nell’analisi del determinismo causale, non si era tenuto conto delle omissioni degli ufficiali e del timoniere che avevano reso irrilevanti i profili di colpa generica in cui era incorso per leggerezza il comandante nella manovra dell'”inchino”, data la correttezza degli ordini impartiti.

10.4. Con il quarto motivo, sempre riferito al naufragio, si denunciano: a) Violazione dell’art. 603, comma 5 e art. 6 Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, con esplicito riferimento all’art. 111 Cost.: l’omessa emissione, nel contraddittorio delle parti, di un’ordinanza reiettiva della richiesta di procedere a nuovo esame dei periti, ha illegittimamente sacrificato il diritto di difesa dello S.; b) Violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. d) con riferimento all’art. 603 c.p.p.; mancata assunzione di prove decisive, per non avere la Corte di merito disposto la rinnovazione per esaminare i periti sulle emergenze, ignote all’epoca del conferimento dei quesiti, diniego affidato a motivazione meramente apparente; mancanza di adeguata motivazione sulle ragioni per le quali non venne disposta una nuova perizia.

Il diritto alla difesa di S. era stato irrimediabilmente sacrificato per avere la Corte disatteso – con motivazione meramente apparente e comunque inadeguata – la richiesta di procedere ad un nuovo esame dei periti per rispondere ad una serie di dettagliati quesiti, indicati nell’atto di appello, che non erano mai stati proposti perchè non erano stati ancora prelevati dalla scatola nera gli ordini impartiti da S., e l’ulteriore richiesta di disporre una nuova perizia collegiale per procedere ad una simulazione con l’impiego di un’unità navale avente le medesime caratteristiche costruttive della (OMISSIS). Di qui la necessità di un supplemento istruttorio in tal senso, per valutare anche l’incidenza nella causazione dell’evento delle condotte dell’ A. e del timoniere.

10.5. Con il quinto motivo, nuovamente riferito al naufragio, si lamenta violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e), in relazione all’art. 61 c.p., n. 3), art. 121 c.p.p., art. 178 c.p.p., comma 1, lett. c), artt. 179 e 180 c.p.p., artt. 24 e 111 Cost., per avere la Corte d’Appello di Firenze, in relazione alla ritenuta circostanza aggravante della colpa cosciente o con previsione dell’evento: a) omesso totalmente di valutare la memoria difensiva, ritualmente depositata all’udienza del 20 maggio 2016, così, oltre a violare alle regole che presiedono alla motivazione della sentenza, determinando una nullità di ordine generale prevista dall’art. 178, lett. c), in conseguenza della lesione del diritto di intervento e assistenza difensiva dell’imputato; b) omesso di indicare gli elementi di prova della sussistenza della ritenuta circostanza aggravante. Si denuncia inoltre omessa motivazione e violazione del principio “in dubio pro reo” e dell’art. 533 c.p.p., comma 1.

La Corte di Firenze, dopo aver dato atto del deposito di una memoria difensiva, non ne ha analizzato il contenuto e non ha offerto una risposta motivata alle deduzioni della difesa sul punto della ritenuta aggravante della colpa cosciente, deduzioni basate su circostanze che, se correttamente e compiutamente valutate, sarebbero state idonee ad incidere sull’attribuibilità all’imputato dell’aggravante in esame. Infatti, posta in primo luogo la mancata dimostrazione che il comandante intendesse seguire una rotta diversa rispetto a quella tracciata dal C., i colloqui registrati, nel periodo antecedente e successivo all’impatto – valorizzati dai giudici di merito e contestati dall’appellante, che riporta in ricorso il contenuto della citata memoria difensiva non fornivano alcuna prova dell’esistenza dei presupposti costitutivi della previsione dell’evento e dunque, con riferimento al naufragio, poteva al più parlarsi di una colpa semplice dovuta a leggerezza o incoscienza.

La sentenza va annullata pertanto sul punto per vizio di motivazione ovvero, solo in subordine, per consentire l’applicazione ai reati colposi dell’istituto della continuazione, possibile secondo la giurisprudenza di legittimità quando si agisca con previsione dell’evento.

10.6. Con il sesto motivo, relativo alla gestione dell’emergenza e ai plurimi delitti colposi di omicidio e lesioni, si denuncia vizio di motivazione sindacabile ex art. 606 c.p.p., comma 1 lett. e), in relazione all’art. 546 c.p.p., lett. e), con riferimento agli artt. 40, 41, 42 e 43 c.p.: a) per essersi il giudice del gravame, dopo aver riassunto-ricopiato, peraltro travisandoli, i motivi di appello specificamente proposti, limitato a richiamare la contestata motivazione del giudice di primo grado in termini meramente ripetitivi, sebbene le soluzioni adottate dal Tribunale fossero state oggetto di specifiche censure. L’omessa risposta alle singole doglianze ha, così, privato di ogni concreto contenuto il secondo controllo giurisdizionale; b) per avere la Corte, disapplicando il principio costituzionale di colpevolezza, con un illegittimo automatismo a danno del ricorrente, attesa la sua posizione di garanzia, ritenuta sussistente una sua responsabilità oggettiva limitandosi a ricopiare la motivazione del primo giudice in ordine alla violazione delle singole regole cautelari e totalmente omettendo di motivare in ordine alle circostanze che avrebbero permesso di affermare che l’evento rappresentava la concretizzazione del rischio che le regole presuntivamente violate miravano a prevenire.

Tutta la motivazione relativa alle imputazioni di omicidi colposi e lesioni colpose plurimi manca di rispondere alle censure prospettate con l’atto di appello, in particolare sotto il profilo della sussistenza dell’elemento psicologico.

Con riferimento al rimprovero di aver omesso e poi ritardato eccessivamente di emettere il segnale di emergenza generale, è stata travisata la telefonata intercorsa alle 21:52 con l’ufficiale di macchina Pi. circa l’allagamento del quadro elettrico, in quanto dalla trascrizione della conversazione registrata risultava invece che Pi. aveva comunicato notizie imprecise e confuse, che non avevano messo il comandante in condizione di avere un quadro reale della gravità della situazione, con riferimento particolare all’avvenuto allagamento di ben tre compartimenti.

Nonostante le puntuali argomentazioni difensive circa il disposto normativo che obbliga il comandante alla esatta conoscenza della compartimentazione della nave, ma non della ubicazione delle utenze (quadro elettrico) in relazione ai compartimenti, la Corte aveva poi omesso ogni motivazione, così come aveva omesso di valutare l’osservazione difensiva relativa al fatto che nel Damage Control Plan, approvato dal registro Navale Italiano, non era illustrata la collocazione del quadro elettrico.

Sempre dalla conversazione con il Pi. era emersa la possibilità di azionare una pompa di emergenza, altro elemento che non poteva che avvalorare l’ipotesi di uno squarcio laterale alto (e non sotto la linea di galleggiamento) con una rientrata d’acqua non dirompente, mentre da altre trascrizioni della scatola nera si riscontravano comunicazioni incerte circa il numero dei compartimenti allagati.

Quanto alla ritenuta rilevanza causale della mancata nomina dello Ship Crisis Coordinator, la Corte aveva ignorato la deduzione della difesa secondo cui la nomina di un delegato alle comunicazioni con la società armatrice era solo una possibilità concessa al comandante, che S. aveva preferito non esercitare mantenendo colloqui diretti con il F..

Era poi errata l’affermazione che alle ore 21:50 o al massimo alle 22:00 il comandante avesse già chiaramente rappresentata l’emergenza, in quanto fino alle ore 22:06 nelle comunicazioni con l’ufficiale I., presente in macchina, si parlava di due compartimenti allagati e della tenuta delle porte stagne. Solo alle 22:10:55 il comandante aveva ricevuto notizia anche dell’allagamento del compartimento 6, circostanza che comprometteva la stabilità della nave e suggeriva la necessità di dichiarare l’emergenza generale. In ogni caso, l’imputato aveva documentato, attraverso le esercitazioni antifalla svolte utilizzando il computer NAPA, che aveva acquisito conferma del fatto che la (OMISSIS) fosse in grado di galleggiare con tre compartimenti allagati, come ribadito anche dall’Ing. B.D. del RINA, che aveva dichiarato in dibattimento che, in base alle sue conoscenze tecniche, l’allagamento di tre compartimenti consentiva comunque alla nave di galleggiare. Stesso convincimento era stato espresso dagli ufficiali presenti in plancia di comando, ivi compreso il K2 (ossia il comandante in seconda) B. ed il primo ufficiale D.L.. La Corte aveva invece tenuto conto che la nave era stata progettata per resistere all’allagamento di due qualsiasi compartimenti contigui (convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare SOLAS) e che il certificato della dichiarazione RINA attestava parimenti che l’allagamento di tre compartimenti contigui faceva venir meno la galleggiabilità della nave.

La Corte aveva poi argomentato sul ritardo nell’ammaino delle scialuppe e sul ritardo del segnale di emergenza generale, senza considerare che il comandante aveva evitato l’affondamento della nave, assecondandone lo scarrocciamento fino ad incagliarsi sugli scogli della (OMISSIS), di basso fondale e vicini a terra, e che una volta diramato il segnale di emergenza, attivando il Ruolo di Appello, soltanto il marinaio R.B. aveva raggiunto la scialuppa 6 a lui assegnata, mentre gli ufficiali A. e Co. ed il marinaio H.F.G., non si erano presentati alle imbarcazioni di salvataggio loro assegnate.

Il vizio di motivazione è evidente: il rapporto di causalità con gli eventi mortali andava individuato nel naufragio, nell’urto, come già detto non ascrivibile a S. ma agli altri ufficiali e al timoniere; l’emergenza che ne era seguita era stata gestita con ordini corretti poichè il comandante aveva tentato fino all’ultimo di salvare la nave, in osservanza della regola per la quale la nave è la migliore scialuppa di salvataggio dei trasportati; l’ordine di emergenza generale e di abbandono nave erano stati effettivamente ritardati, ma solo perchè il comandante aveva nutrito la ragionevole speranza di non essere costretto a farlo; avviare le procedure di emergenza generale con la nave ancora a 800 metri dalla costa e tre compartimenti allagati, avrebbe comportato il serio e concreto pericolo di affondamento, con una perdita ancor più elevata di vite umane.

Solo le 32 persone che erano rimaste bloccate sul lato di sinistra e non avevano potuto imbarcarsi sulle scialuppe avevano trovato la morte, e ciò a causa del mancato ammaino delle tre lance, ma tali eventi non erano legati da alcun nesso di causalità con le condotte colpose ascritte all’imputato.

Il ricorrente lamenta poi, sempre nell’ambito di questo sesto motivo, che la Corte fiorentina avrebbe disapplicato il principio costituzionale di colpevolezza, ricorrendo ad una sorta di illegittimo automatismo a danno dell’imputato, attesa la sua posizione di garanzia, e ritenendo sussistente una sua responsabilità oggettiva, totalmente omettendo di motivare in ordine alle circostanze che avrebbero permesso di affermare che l’evento rappresentava la concretizzazione del rischio che le regole cautelari presuntivamente violate miravano a prevenire. Nella motivazione si evidenziava invece una culpa in re ipsa, disancorata da ogni accertamento concreto, e si ometteva di offrire un ragionamento adeguato e logicamente coerente, idoneo a dimostrare che se l’azione doverosa omessa fosse stata realizzata si sarebbe impedita la verificazione dell’evento.

10.7. Con il settimo motivo, riguardante i reati di abbandono, si denunciano: a) Travisamento per omessa motivazione su circostanze determinanti che consentivano di escludere che il comandante avesse abbandonato la nave essendo consapevole che a bordo c’erano ancora persone; b) Violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1 lett. b) ed e), in relazione agli artt. 1 e 54 c.p., art. 25 Cost., comma 2, art. 1097 c.n.. Non esiste il reato di mancato ritorno sulla nave; c) Motivazione apparente che distorce, snatura e stravolge, gli elementi di fatto cui fa riferimento quando in sentenza si afferma che il comandante avesse abbandonato la nave consapevole che a bordo c’erano ancora persone; d) Omessa motivazione sull’elemento soggettivo dei reati di abbandono.

La Corte d’Appello, conformemente al Tribunale, ha affermato che la prova della responsabilità per i reati di abbandono risiedeva sulla circostanza che S. aveva lasciato materialmente la (OMISSIS) salendo sul tetto della scialuppa prima di alcuni membri dell’equipaggio, che in quel momento era consapevole della presenza di altre persone a bordo, e che era sua intenzione abbandonare definitivamente la nave. Non aveva invece considerato quanto esposto dalla difesa nei motivi di appello, e dimostrato con richiamo a puntuali riscontri probatori, e precisamente: che S. era saltato a bordo della scialuppa pochi istanti prima che la nave si rovesciasse assumendo la posizione finale, ed aveva sbloccato la scialuppa che si era potuta allontanare salvando la vita delle persone a bordo; che aveva agito ricorrendo l’ipotesi del soccorso di necessità, per salvare non se stesso ma terze persone esposte ad un pericolo attuale ed imminente; che era ignaro che sul lato sinistro della (OMISSIS) vi fossero ancora persone; che era sua intenzione risalire a bordo e per questo aveva richiamato l’attenzione di un gommoncino che in quel momento era spuntato da dietro alla poppa del relitto, ma non era riuscito per il rischio di affondamento di tale mezzo; che gli ordini del Capitano D.F. che gli intimava di risalire a bordo erano ineseguibili e sbagliati, dato che la nave era ormai inclinata di 90, fino a quando poi gli aveva intimato di non abbandonare la sua posizione attuale.

Nella pronuncia di condanna per il reato di abbandono la Corte aveva poi violato il principio di legalità in quanto, posta la necessità di salire sulla scialuppa prima che la nave si capovolgesse, la condotta materiale di abbandono è stata intesa come “mancato ritorno sulla nave”. Il fatto di non essere risalito a bordo, dimostrava cioè, per i giudici di merito, che quando il comandante era saltato sulla scialuppa aveva già l’intenzione di non risalire più a bordo. E’ stata quindi individuata una condotta di reato diversa da quella disciplinata dalla fattispecie incriminatrice. Il dato processuale era stato poi travisato e letto in maniera incompleta e deformata, non idoneo a confutare il dato certo che la discesa di S. sulla scialuppa doveva essere momentanea, che egli aveva fatto di tutto per risalire a bordo, che era ignaro che vi fossero ancora persone da sbarcare.

Nulla si argomenta poi sull’elemento soggettivo del reato di abbandono, poichè se la Corte si sofferma sul dato rappresentativo della presenza di persone a bordo, non affronta poi il tema del dato volitivo dell’agente. Vi sarebbe stato quindi un appiattimento della sentenza sul solo momento rappresentativo del dolo, dunque un’indagine del profilo soggettivo affatto esaustiva, mancando qualsiasi confronto con la questione, altrettanto decisiva, relativa alla prospettiva della volizione dell’agente, quasi che la stessa non assumesse carattere dirimente ai fini della configurazione del delitto in esame.

10.8. Con l’ottavo motivo si lamenta violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e), per avere la Corte d’Appello di Firenze, illegittimamente, ritenuto sussistenti in capo al ricorrente le circostanze aggravanti della violazione della normativa antinfortunistica e dell’avere, nell’esercizio delle sue funzioni, determinato a commettere il reato persone a lui soggette, con riferimento al capo b) della rubrica.

Nei motivi di appello la difesa aveva evidenziato che ai sensi del D.Lgs. 27 luglio 1999, n. 271, art. 5, comma 2, le misure relative alla prevenzione degli infortuni, all’igiene e alla sicurezza a bordo, sono a carico dell’armatore e che l’armatore ed il comandante della nave, nell’ambito delle rispettive competenze, sono obbligati (ai sensi del comma 5 del citato articolo), a designare il responsabile del servizio di prevenzione e protezione dei lavoratori marittimi. Nel caso di specie, tale nomina era stata effettuata nella persona del K2, circostanza che esonerava il comandante S. da qualsiasi responsabilità in materia di sicurezza e prevenzione.

La Corte di Firenze, incorrendo in un eclatante vizio di motivazione, aveva richiamato l’art. 7, lett. e) del citato decreto, che pone a carico del comandante un preciso obbligo, nel caso di incidente idoneo a esporre a rischio la salute e la sicurezza dei lavoratori, di adottare idonee misure volte sia a risolvere la causa dell’evento negativo, sia a limitare al minimo i rischi per i lavoratori. Aveva quindi ritenuto l’imputato responsabile di plurime violazioni di tale norma, per aver omesso di inviare il segnale per falla a bordo, tenendo così all’oscuro il resto dell’equipaggio sulla causa della situazione di crisi e, quindi, ritardato la chiamata dell’emergenza generale, prima, e l’autorizzazione all’abbandono nave, poi, esponendo così tutti i membri dell’equipaggio, oltre ovviamente i passeggeri, a gravi rischi per la propria sicurezza personale. Quanto alla nomina del K2 a responsabile per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, aveva ritenuto che tale nomina non esonerasse il comandante della nave dalla responsabilità di adottare, in caso di incidente, ogni misura atta a rimuovere l’evento negativo e, comunque, a ridurre al minimo i rischi per i lavoratori, dato che la funzione del responsabile era di mero ausilio tecnico, diretta a supportare e non a sostituire il datore di lavoro, o chi lo rappresenta, nella individuazione dei fattori di rischio nella lavorazione, nella scelta delle procedure di sicurezza e nelle pratiche di informazione e di formazione dei dipendenti.

Il ricorrente lamenta l’inconferenza del richiamo al del Decreto n. 271 del 1999, art. 7, lett. e) e la illogicità della motivazione sul punto.

Altro profilo di illogicità della motivazione viene evidenziato con riferimento all’aggravante di cui all’art. 112 c.p., comma 1 n. 3, – contestata in relazione al reato sub b) – in quanto era stato S. a ricevere informazioni errate dai suoi sottoposti.

La Corte invece, oltre a ritenere non veritiera e priva di fondamento probatorio detta affermazione difensiva, aveva comunque rilevato che la corresponsabilità degli ufficiali subordinati per tali condotte illecite, in quanto gli ordini del loro superiore erano manifestamente illeciti, non escludeva la sussistenza dell’aggravante in questione, essendo la condotta ampiamente provata ed avendo essi agito sotto il condizionamento psicologico, derivante dalla situazione di subalternità rispetto al loro comandante che tali condotte chiedeva di porre in essere.

Gli accertati illeciti degli ufficiali subordinati avrebbero dovuto invece portare ad escludere la responsabilità del comandante.

10.9. Con il nono motivo di ricorso si denuncia violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1 lett. c) ed e), in relazione all’art. 62 c.p., n. 6, artt. 62 bis e 133 c.p. e art. 27 Cost., comma 2, per avere la Corte d’Appello di Firenze omesso di motivare in ordine al diniego delle circostanze attenuanti generiche, invocate dalla difesa del ricorrente nel decimo motivo di gravame. Violazione di legge, violazione del principio costituzionale della funzione rieducativa della pena, omessa motivazione.

Nei motivi di appello il ricorrente aveva sottoposto all’attenzione della Corte, a sostegno della richiesta di concessione delle attenuanti generiche, i seguenti elementi di valutazione positiva: la condotta pienamente collaborativa tenuta con gli inquirenti sin dalle prime fasi delle indagini preliminari; il corretto comportamento processuale; la condotta, contemporanea e successiva al reato, essendosi adoperato per salvare vite umane, integrante anche la circostanza attenuante specifica dell’art. 62 c.p., n. 6); l’incensuratezza; l’ineccepibile condotta di vita, tenuta prima dei fatti di causa, trattandosi di soggetto che, proprio in ragione della sua encomiabile carriera marinara, era approdato al Comando della (OMISSIS); l’assoluta eccezionalità della cornice di eventi in cui si iscrivono le condotte – comunque colpose – ascritte all’imputato, anche alla luce della totale solitudine, connessa alla scarsa ed inefficiente collaborazione ricevuta dagli altri membri dell’equipaggio, in cui l’imputato si trovò a fronteggiare una gigantesca emergenza.

La Corte di Firenze, con mere formule di stile, riteneva invece: che lo stato di incensuratezza non poteva giustificare, di per sè, la concessione delle attenuanti generiche, a seguito della modifica normativa apportata all’art. 62 bis c.p., comma 3; che l’encomiabile carriera marinara non aveva attinenza e non poteva giustificare una riduzione di pena in rapporto con quanto accaduto nella vicenda in questione; che il complessivo comportamento processuale non era stato improntato al fondamentale principio di lealtà, per avere l’imputato contestato le diverse circostanze anche contro ogni dato oggettivo, al fine di sminuire quanto inizialmente dichiarato davanti al G.I.P.; che il grado di colpa che aveva connotato il naufragio era stato di grado elevato, e solo in minima parte ridotto in ragione della concorrente responsabilità di terzi, per le modalità della condotta, la molteplicità delle norme cautelari infrante ed i motivi vacui per i quali la nave, con oltre 4000 persone a bordo, tra passeggeri e membri dell’equipaggio, era stata, per esclusiva decisione dell’imputato, condotta in quelle condizioni di estremo pericolo, fino a giungere a conseguenze disastrose; che non poteva essere concessa l’attenuante del ravvedimento operoso e neppure positivamente valutato l’intervento risolutore di S. nell’aver sbloccato la scialuppa di salvataggio, che altrimenti sarebbe stata schiacciata dal peso della nave, poichè egli era salito prima di altri sulla detta scialuppa e dato indicazioni al pilota su come allontanarsi dalla nave; che neppure erano ravvisabili “meriti” nell’aver deciso di non ancorare a largo per procedere immediatamente alle operazioni di evacuazione, ma di attendere che la nave si arenasse sul basso fondale in conseguenza dello scarrocciamento verso la costa.

In tal modo la Corte di Appello, secondo gli assunti difensivi, non aveva attribuito il reale valore alle condotte del ricorrente, sia prima che dopo il naufragio.

10.10. I motivi nuovi depositati dai difensori contengono un allegato parere pro veritate del prof. F.G.M. e in parte puntualizzano alcune censure già prospettate con il ricorso principale e, sotto altro spetto, contestano le ragioni di ricorso del P.G.

Con riferimento al primo motivo di ricorso, si insiste sull’eccezione di nullità ex art. 178 c.p.p., lett. a) sia perchè il processo è stato trattato dalla Sezione Prima penale e non dalla Sezione Terza penale della Corte di merito, tabellarmente competente in materia, sia perchè è stato costituito un collegio ad hoc. Sul punto la difesa lamenta che il Presidente della Corte d’Appello di Firenze ha rigettato tutte le richieste volte ad ottenere la composizione dei collegi per il periodo di interesse e che solo dopo il deposito del ricorso per cassazione è stata fornita copia conforme delle tabelle per il triennio 2014-2016.

Con riferimento al quinto motivo di ricorso, si espongono i principi in materia di colpa con previsione dell’evento e si contesta quanto argomentato in sentenza sulla responsabilità colposa aggravata per il naufragio.

Con riferimento al primo motivo di ricorso del P.G., volto all’annullamento della sentenza laddove esclude la colpa cosciente in relazione ai delitti di lesioni e omicidio plurimi, si esclude che gli indici sintomatici indicati dal P.G. siano indicativi di una previsione dell’evento, risolvendosi essenzialmente in affermazioni oggetto di captazione e dichiarazioni post factum del Comandante. In nessun caso si rispetta quanto indicato da dottrina e giurisprudenza in merito alla struttura della colpa con previsione, la quale richiede che l’autore metta in connessione causale la consapevole trasgressione delle regole di cautela con la previsione effettiva dell’evento.

Con riferimento al secondo motivo di ricorso del P.G. se ne rileva l’inammissibilità.

Con riferimento al sesto e settimo motivo di ricorso dell’imputato, si deposita un cd, asseritamente dimostrativo dei travisamenti della prova denunciati come vizio motivazionale.

10.11. Con memoria in data 4 aprile l’imputato svolge considerazioni integrative del ricorso presentato dai suoi difensori.

In particolare argomenta:

– sulla composizione del Collegio che ha celebrato il processo d’appello;

– sulle modalità con cui è stata contestata l’accusa di naufragio colposo: il numero delle condotte indicate dal P.M. ha impedito una valida difesa, mancando una indicazione chiara e precisa del fatto per il quale l’imputato è stato poi condannato;

– sull’accertamento del nesso di causalità, evidenziando che sono state contestate condotte sia commissive che omissive;

– sull’elisione del nesso di causalità tra condotta dell’imputato ed evento, dovuto alle condotte di altri soggetti, cioè a fattori eccezionali e non prevedibili da soli idonei a determinare il naufragio (cambiamento di rotta rispetto a quella segnata dal cartografo C.);

– sull’affidamento da parte del Comandante che ogni membro dell’equipaggio rispetti gli ordini impartiti, in virtù del rapporto rigorosamente gerarchico e la molteplicità dei ruoli ricoperti da ciascuno;

– sulla ritenuta aggravante della colpa cosciente in relazione al naufragio;

– sul trattamento sanzionatorio.

10.12. Con successiva memoria in data 14 aprile l’imputato rileva che sin dall’udienza preliminare la difesa aveva richiesto un approfondimento peritale circa la reale tenuta delle porte stagne, attesa l’enorme incidenza causale negli omicidi colposi (allegate le richieste). Era stata comunque richiesta la riconvocazione dei periti d’ufficio, in contraddittorio con i consulenti di parte, su una serie di punti. La Corte d’Appello ha ritenuto superfluo tale approfondimento istruttorio ritenendo che i quesiti proposti avessero già trovato risposta. Insiste quindi per un annullamento con rinvio per tutti gli accertamenti indispensabili e necessari ai fini della verifica delle disfunzioni relative alla tenuta delle porte stagne che potrebbero aver da sole determinato gli eventi mortali.

10.13. Per tutti gli esposti motivi il ricorrente chiede l’annullamento con rinvio dell’impugnata sentenza, per un nuovo giudizio da parte di altra sezione della Corte d’Appello di Firenze, tabellarmente competente, in accoglimento del primo motivo, ovvero, in subordine, secondo le censure, anche di natura processuale, avanzate nelle singole ragioni di gravame.

LA MEMORIA DELLA PARTE CIVILE INAIL:

11. Con memoria depositata in atti, l’INAIL osserva, quale parte civile, che tutti i motivi di ricorso si rivelano inammissibili o, in subordine, infondati, trattandosi di censure non consentite nel giudizio di legittimità, in quanto concernenti la ricostruzione e la rivalutazione del fatto, nonchè l’apprezzamento del materiale probatorio utilizzato dalla Corte di Appello.

Ripercorre quindi il contenuto della impugnata sentenza, relativamente alle condotte ed ai profili di colpa ascritti all’imputato per il naufragio e quindi per la gestione dell’emergenza e per i delitti di omicidio colposo e lesioni personali colpose, soffermandosi da ultimo sul trattamento sanzionatorio.

Conclude per il rigetto del ricorso e la conferma della sentenza d’appello.

L’istanza avanzata dall’avv. SENESE all’udienza del 20 aprile 2017 e la decisione della corte sul punto.

12. Alla udienza del 20 aprile 2017, dopo le relazioni riassuntive della sentenza impugnata, del contenuto dei ricorsi e delle memorie di parte, sono state rassegnate le conclusioni dal Procuratore Generale, dalle parti civili presenti e dall’Avv. Laino.

Il difensore Avv. Senese, prima di rassegnare le proprie conclusioni, ha chiesto di poter visionare in udienza il CD allegato alla memoria integrativa: il Procuratore Generale si è opposto e sul punto la Corte si è riservata, rinviando in prosieguo al 12 maggio.

All’odierna udienza l’Avv. Senese si è opposto a che venisse data la parola alle parti civili in merito a tale richiesta.

Il Collegio si è riservato ed ha pronunciato ordinanza di rigetto dell’opposizione, dandone lettura in udienza, rilevando: che la richiesta di visionare il supporto informatico nel corso della discussione orale era stata formulata per la prima volta dall’Avv. Senese, dopo l’intervento del codifensore Avv. Laino, successivamente alle conclusioni rassegnate dal Procuratore Generale e dalle parti civili presenti; che sulla stessa era stato acquisito il parere del Procuratore Generale; che pertanto andava assicurato il contraddittorio anche per le parti civili presenti in udienza.

A seguito del pieno contraddittorio tra le parti al riguardo, di cui a verbale, la Corte ha rigettato l’istanza proposta dall’avv. Senese come da ordinanza letta in udienza.

Dopo la lettura di detta ordinanza, la discussione è stata ultimata con l’intervento e le conclusioni dell’avv. Senese.

Indi la Corte si è ritirata in camera di consiglio per deliberare.

Mette poi conto sottolineare, per completezza espositiva, che, con ordinanza in data 28 giugno 2017, si è provveduto alla correzione dell’errore materiale contenuto nel dispositivo letto in udienza, su istanza delle parti civili Po.Cl. e Co.Iv., in ordine alla liquidazione delle spese in loro favore.

In tale provvedimento si è rilevato che le dette parti civili erano assistite da due diversi difensori, con conseguente diritto di ciascuna ad un’autonoma liquidazione del compenso, mentre nel dispositivo era stato liquidato un unico compenso come se vi fosse stato un unico difensore ad assistere entrambe.

Di qui la correzione dell’errore materiale nel senso che il compenso liquidato in complessivi Euro 3.000,00 in favore di Po.Cl. e Co.Iv. (dato dal compenso base di Euro 2.500,00 maggiorato del 20% ex D.M. 10 marzo 2014, n. 55, art. 12, comma 2) va modificato nel senso di due autonome liquidazioni di Euro 2.500,00 ciascuna.



 

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. La questione sottoposta alle Sezioni Unite è la seguente:

“Quale sia, in tema di responsabilità colposa dell’esercente la professione sanitaria per morte o lesioni, l’ambito applicativo della previsione di “non punibilità” prevista dall’art. 590-sexies cod. pen., introdotta dalla L. 8 marzo 2017, n. 24“.

2. All’origine del contrasto giurisprudenziale che ha determinato la rimessione alle Sezioni Unite vi è la promulgazione della L. 8 marzo 2017, n. 24 (Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonchè in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie), entrata in vigore il 1 aprile 2017, nota come “legge Gelli-Bianco” in ragione dei nomi dei rispettivi relatori di maggioranza alla Camera e al Senato. Questa, proseguendo nella volontà manifestatasi nella presente legislatura, di tipizzazione di modelli di colpa all’interno del codice penale, ha disposto, all’art. 6, nel primo comma, la formulazione dell’art. 590-sexies cod. pen. contenente la nuova disciplina speciale sulla responsabilità colposa per morte o lesioni personali in ambito sanitario e, nel secondo comma, la contestuale abrogazione della previgente disciplina extra-codice della materia. E cioè del D.L. 13 settembre 2012, n. 158, art. 3, comma 1, recante disposizioni urgenti per promuovere lo sviluppo del Paese mediante un più alto livello di tutela della salute, decreto convertito, con modificazioni, dalla L. 8 novembre 2012, n. 189 e conosciuto come “decreto Balduzzi“, dal nome del Ministro della Salute del Governo che lo aveva presentato.

2.1. L’art. 3 del d.l. Balduzzi era stato concepito per normare i limiti della responsabilità penale dell’esercente la professione sanitaria a fronte di un panorama giurisprudenziale divenuto sempre più severo nella delineazione della colpa medica punibile, salvo il mantenimento di una certa apertura all’utilizzo della regola di esperienza ricavabile dall’art. 2236 cod. civ., per la stessa individuabilità della imperizia, nei casi in cui si fosse imposta la soluzione di problemi di specifica difficoltà di carattere tecnico-scientifico (fra le molte, Sez. 4, n. 16328 del 05/04/2011, Montalto, Rv. 251960; Sez. 4, n. 39592 del 21/06/2007, Buggè, Rv. 237875).

Si era, invero, pervenuti nel volgere di un ventennio – dopo un passato di approdi giurisprudenziali più indulgenti che ricavavano direttamente dall’art. 2236 cod. civ. la possibilità di punire il solo errore inescusabile derivante dalla mancata applicazione delle cognizioni generali – ad un assetto interpretativo in base al quale la colpa medica non veniva di regola esclusa, una volta accertato che l’inosservanza delle linee-guida era stata determinante nella causazione dell’evento lesivo, essendo rilevante in senso liberatorio soltanto che questo, avuto riguardo alla complessiva condizione del paziente, fosse, comunque, inevitabile e, pertanto, ascrivibile al caso fortuito (Sez. 4, n. 35922 del 11/07/2012, Ingrassia, Rv. 254618).

Ebbene, l’art. 3 citato era stato congegnato nel senso di sancire la esclusione della responsabilità per colpa lieve, quando il professionista, nello svolgimento delle proprie attività, non ulteriormente perimetrate con riferimento alla idoneità dell’evento ad integrare specifiche figure di reato nè quanto alla afferibilità alla negligenza, imprudenza o imperizia, si fosse “attenuto” a linee-guida e alle buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica.

2.2. Dal canto suo, l’art. 6 della legge Gelli-Bianco, volto ad incidere con la previsione di una causa di non punibilità sulla responsabilità colposa per morte o lesioni personali da parte degli esercenti la professione sanitaria, la ha introdotta come specificazione ai precetti penali generali in tema di lesioni personali colpose (art. 590 cod. pen.) o omicidio colposo (art. 589), con espressa limitazione agli eventi verificatisi a causa di “imperizia” e sul presupposto che siano state “”rispettate” le raccomandazioni previste dalle linee-guida come definite e pubblicate ai sensi di legge ovvero, in mancanza di queste, le buone pratiche clinico-assistenziali, sempre che le raccomandazioni previste dalle predette linee-guida risultino adeguate alle specificità del caso concreto”.

E’ comunque fatta salva, dall’art. 7, la responsabilità civile dell’esercente la professione sanitaria, ai sensi dell’articolo 2043 cod. civ..

2.3. Il precetto dell’art. 6 deve essere letto alla luce degli artt. 1, 3 e 5 che lo precedono: norme che costituiscono uno dei valori aggiunti della novella, nella ottica di una migliore delineazione della colpa medica, poichè pongono a servizio del fine principale dell’intervento legislativo – la sicurezza delle cure unitamente ad una gestione consapevole e corretta del rischio sanitario (art. 1), a sua volta anticipato nel disegno della L. 28 dicembre 2015, n. 208, art. 1, commi 538 e segg. (legge di stabilità per il 2016) – un metodo nuovo di accreditamento delle linee-guida. Queste ambiscono così a costituire non solo, per i sanitari, un contributo autorevole per il miglioramento generale della qualità del servizio, essendo, tutti gli esercenti le numerose professioni sanitarie riconosciute, chiamati ad attenervisi (art. 5, comma 1), ma anche, per il giudizio penale, indici cautelari di parametrazione, anteponendosi alla rilevanza delle buone pratiche clinico-assistenziali, che, elemento valorizzato nel decreto Balduzzi, assumono oggi rilievo solo sussidiario per il minor grado di ponderazione scientifica che presuppongono, pur rimanendo comunque da individuare in modelli comportamentali consolidati oltre che accreditati dalla comunità scientifica.

E’ qui sufficiente rammentare che dall’art. 3 è prevista la istituzione di un Osservatorio delle buone pratiche sulla sicurezza nella sanità destinato a raccogliere dati utili per la gestione del rischio sanitario e quelli concernenti le buone pratiche per la sicurezza delle cure, predisponendosi linee di indirizzo con l’ausilio delle società scientifiche e delle associazioni tecnico-scientifiche delle professioni sanitarie. Oltre a ciò, viene regolamentata la creazione di un elenco delle predette società e associazioni, aventi peculiari caratteristiche idonee a garantirne la trasparenza e la capacità professionale scientifica; enti deputati ad elaborare, unitamente alle istituzioni pubbliche e private, le raccomandazioni da includere in linee-guida che hanno la finalità di fungere da parametro per la corretta esecuzione delle prestazioni sanitarie con finalità preventive, diagnostiche, terapeutiche, palliative, riabilitative e di medicina legale.

Tali linee-guida sono recepite attraverso un sistema di pubblicità garantito dall’Istituto superiore di sanità pubblica che lo realizza nel proprio sito internet, previa una ulteriore verifica della conformità della metodologia adottata a standard definiti resi pubblici dello stesso Istituto.

E’ sicuramente rimarchevole che tanto l’istituzione dell’Osservatorio quanto la formazione del predetto elenco siano ufficialmente avvenuti mediante la pubblicazione di due decreti del Ministero della Salute in date, rispettivamente, 2 agosto e 29 settembre 2017 (in Gazzetta Ufficiale, Serie Generale, n. 186 del 10 agosto 2017 e n. 248 del 23 ottobre 2017).

3. Va osservato preliminarmente che, sul tema della natura, finalità e cogenza delle linee-guida – che hanno assunto rilevanza centrale nel costrutto della intera impalcatura della legge – non vi è motivo per discostarsi dalle condivisibili conclusioni maturate in seno alla giurisprudenza delle sezioni semplici della Cassazione, icasticamente riprese e sviluppate, anche dopo la introduzione della novella, dalla sentenza Sez. 4, n. 28187 del 20/04/2017, nota nel dibattito giurisprudenziale e dottrinale col riferimento al nome, Tarabori, della parte civile ricorrente contro il proscioglimento dell’imputato De Luca: sentenza che costituisce uno dei due poli del contrasto sottoposto alle Sezioni Unite, ma non sul tema della natura delle linee-guida, che non risulta investito da divergenza di interpretazioni.

Ebbene, può convenirsi con il rilievo che, anche a seguito della procedura ora monitorata e governata nel suo divenire dalla apposita istituzione governativa, e quindi tendente a formare un sistema con connotati pubblicistici, le linee-guida non perdono la loro intrinseca essenza, già messa in luce in passato con riferimento alle buone pratiche. Quella cioè di costituire un condensato delle acquisizioni scientifiche, tecnologiche e metodologiche concernenti i singoli ambiti operativi, reputate tali dopo un’accurata selezione e distillazione dei diversi contributi, senza alcuna pretesa di immobilismo e senza idoneità ad assurgere al livello di regole vincolanti.

La utilità della descritta introduzione delle linee-guida, pubblicate a cura del competente istituto pubblico, resta indubbia.

Da un lato, una volta verificata la convergenza delle più accreditate fonti del sapere scientifico, esse servono a costituire una guida per l’operatore sanitario, sicuramente disorientato, in precedenza, dal proliferare incontrollato delle clinical guidelines. Egli è oggi posto in grado di assumere in modo più efficiente ed appropriato che in passato, soprattutto in relazione alle attività maggiormente rischiose, le proprie determinazioni professionali. Con evidenti vantaggi sul piano della convenienza del servizio valutato su scala maggiore, evitandosi i costi e le dispersioni connesse a interventi medici non altrettanto adeguati, affidati all’incontrollato soggettivismo del terapeuta, nonchè alla malpractice in generale.

Dall’altro lato, la configurazione delle linee-guida con un grado sempre maggiore di affidabilità e quindi di rilevanza – derivante dal processo di formazione – si pone nella direzione di offrire una plausibile risposta alle istanze di maggiore determinatezza che riguardano le fattispecie colpose qui di interesse. Fattispecie che, nella prospettiva di vedere non posto in discussione il principio di tassatività del precetto, integrato da quello di prevedibilità del rimprovero e di prevenibilità della condotta colposa, hanno necessità di essere etero-integrate da fonti di rango secondario concernenti la disciplina delle cautele, delle prescrizioni, degli aspetti tecnici che in vario modo fondano il rimprovero soggettivo.

Con una espressione sintetica, proprio attraverso tali precostituite raccomandazioni si hanno parametri tendenzialmente circoscritti per sperimentare l’osservanza degli obblighi di diligenza, prudenza, perizia. Ed è in relazione a quegli ambiti che il medico ha la legittima aspettativa di vedere giudicato il proprio operato, piuttosto che in base ad una norma cautelare legata alla scelta soggettiva, a volte anche estemporanea e scientificamente opinabile, del giudicante. Sempre avendo chiaro che non si tratta di veri e propri precetti cautelari, capaci di generare allo stato attuale della normativa, in caso di violazione rimproverabile, colpa specifica, data la necessaria elasticità del loro adattamento al caso concreto.

Così come è da escludere che il nuovo sistema introdotto, pur sembrando formalmente sollecitare alla esatta osservanza delle linee-guida, anche al fine di ottenere il beneficio previsto in campo penale, possa ritenersi agganciato ad automatismi.

Non si tratta, infatti, di uno “scudo” contro ogni ipotesi di responsabilità, essendo la loro efficacia e forza precettiva comunque dipendenti dalla dimostrata “adeguatezza” alle specificità del caso concreto (art. 5), che è anche l’apprezzamento che resta, per il sanitario, il mezzo attraverso il quale recuperare l’autonomia nell’espletare il proprio talento professionale e, per la collettività, quello per vedere dissolto il rischio di appiattimenti burocratici. Evenienza dalla quale riemergerebbero il pericolo per la sicurezza delle cure e il rischio della “medicina difensiva”, in un vortice negativo destinato ad autoalimentarsi.

Non, dunque, norme regolamentari che specificano quelle ordinarie senza potervi derogare, ma regole cautelari valide solo se adeguate rispetto all’obiettivo della migliore cura per lo specifico caso del paziente e implicanti, in ipotesi contraria, il dovere, da parte di tutta la catena degli operatori sanitari concretamente implicati, di discostarsene.

4. Tutto ciò premesso, può ora più efficacemente riassumersi il senso del contrasto giurisprudenziale rilevato.

4.1. Il primo orientamento è sostenuto dalla sentenza De Luca-Tarabori sopra citata, concernente il caso di un medico psichiatra, responsabile del piano riabilitativo redatto per un paziente e chiamato a rispondere, a titolo di colpa, dell’omicidio volontario da questi compiuto, con un mezzo contundente, nella occasione della convivenza con la futura vittima, posta unitamente all’imputato in una struttura residenziale a bassa soglia assistenziale: posizione, quella del medico prosciolto dal Gip ai sensi dell’art. 425 cod. proc. pen., che la Cassazione ha fatto oggetto di annullamento con rinvio, tra l’altro, per il necessario raffronto con le linee-guida del caso concreto, anche nella prospettiva della operatività del decreto Balduzzi quale legge più favorevole.

Tale decisione, confrontandosi con le potenzialità apparentemente liberatorie della novella, muove dal preliminare rilievo di incongruenze interne alla formulazione del precetto dell’art. 6 cit. che porrebbero in crisi la possibilità stessa di comprendere la ratio della norma e poi quella di applicarla, se dovesse darsi corso ad una adesione acritica alla lettera della legge.

Questa, infatti, con l’enunciato della non punibilità dell’agente che rispetti le linee-guida accreditate, nel caso in cui esse risultino adeguate alle specificità del caso concreto, sarebbe una norma quantomeno inutile perchè espressione dell’ovvio; e cioè del fatto che chi rispetta le linee-guida scelte in modo appropriato non può che essere riconosciuto esente da responsabilità, sia a titolo di imperizia che ad altro titolo, perchè non ha tenuto alcun comportamento rimproverabile.

La sentenza ripudia anche la interpretazione della norma secondo cui l’ambito della imperizia esclusa dall’area della colpevolezza sarebbe quello che vede prodotto l’evento lesivo in una situazione nella quale, almeno “in qualche momento della relazione terapeutica”, il sanitario “abbia comunque fatto applicazione di direttive qualificate”.

Infatti, ove tale evento lesivo fosse legato causalmente ad un comportamento in sè connotato da imperizia ed esulasse dall’ambito specificamente regolato dalle linee-guida adottate dal sanitario nel caso concreto, sarebbero traditi, con l’applicazione della causa di non punibilità, lo stesso principio costituzionale di colpevolezza e i connotati generali della colpa. Questa, pur non estendendosi a tutti gli eventi che comunque siano derivati dalla violazione di una prescrizione, è tuttavia inscindibilmente connessa ai risultati che la regola mira a prevenire e, soggettivamente, alla prevedibilità e prevenibilità oltre che, in sintesi, alla rimproverabilità.

In conclusione, per l’orientamento in esame, non è consentito invocare l’utilizzo di direttive non pertinenti rispetto alla causazione dell’evento, per vedere esclusa la responsabilità colpevole, non dovendosi per giunta dimenticare il carattere non esaustivo e non cogente delle linee-guida.

La scelta contraria sarebbe in violazione dell’art. 32 Cost., implicando un radicale depotenziamento della tutela della salute, e del principio di uguaglianza, ove stabilisse uno statuto normativo irrazionalmente diverso rispetto a quello di altre professioni altrettanto rischiose e difficili.

Secondo la sentenza De Luca-Tarabori, dunque, va escluso che il sintagma enunciativo della “causa di non punibilità” possa davvero reputarsi riferibile dogmaticamente a tale istituto, dovendo piuttosto essere inteso come un atecnico quanto ripetitivo riferimento al giudizio di responsabilità con riguardo alla parametrazione della colpa.

Ne discende che, in primo luogo, va dato per certo che la nuova disciplina specificatrice dei precetti generali in tema di colpa comunque non è destinata ad operare negli ambiti che, per qualunque ragione, non siano governati da linee-guida, rientrando in questa ipotesi anche il caso di linee-guida pertinenti ma aventi ad oggetto regole di diligenza o prudenza e non di perizia; nè nelle situazioni concrete nelle quali le raccomandazioni dipendenti da quelle debbano essere radicalmente disattese per via delle peculiarità della condizione del paziente o per qualunque altra ragione imposta da esigenze scientificamente qualificate (la previsione della possibile inadeguatezza, nella relazione terapeutica esecutiva, peraltro, è essa stessa evidenza della impossibilità di qualificare la linea-guida come fonte di colpa specifica); nè in relazione alle condotte che, sebbene poste in essere nell’ambito di approccio terapeutico regolato da linee-guida pertinenti ed appropriate (con riferimento, dunque, al momento della scelta delle linee stesse), non risultino per nulla disciplinate in quel contesto regolativo.

Negli altri casi, il riferimento alle linee-guida è null’altro che il parametro per la individuazione-graduazione-esclusione della colpa secondo le regole generali, quando quella dipenda da imperizia.

Dal punto di vista del regime intertemporale, la previgente disciplina – che pure abrogata continuerebbe ad operare se risultasse essere legge sostanziale più favorevole – appare avere tale connotato alla stregua della novella del 2017. Essa infatti, come interpretata dalla giurisprudenza maggioritaria di legittimità, introduceva una ipotesi di decriminalizzazione delle condotte connotate da colpa lieve, a prescindere dal tipo di colpa, evenienza invece cancellata dalla legge Gelli-Bianco, con la conseguenza della impossibilità di continuare a distinguere, per i comportamenti futuri, ai fini della esclusione della responsabilità penale, la colpa lieve da quella grave.

In chiusura, la sentenza De Luca-Tarabori auspica che possa continuare a rappresentare un valido contributo la tradizione ermeneutica che accredita la possibile rilevanza, in ambito penale, dell’art. 2236 cod. civ., quale regola di esperienza cui attenersi nel valutare, in ambito penalistico, l’addebito di imperizia.

4.2. La sentenza Cavazza che sostiene l’orientamento opposto è della Sez. 4, n. 50078 del 19/10/2017, intervenuta in un caso di doppia pronuncia conforme di condanna, nei confronti di un medico che aveva effettuato un intervento di ptosi (lifting) del sopracciglio, cagionando al paziente una permanente diminuzione della sensibilità in un punto della zona frontale destra per la lesione del corrispondente tratto di nervo. Tale decisione ha dichiarato la prescrizione del reato rilevando che la condotta del sanitario, descritta dai giudici del merito come gravemente imperita, non poteva godere della novella causa di non punibilità sol perchè nella motivazione della sentenza non si affrontava il tema dell’eventuale individuazione di corrette linee-guida, omissione non più emendabile per il sopravvenire della causa di estinzione; non poteva neppure beneficiare della previsione liberatoria della legge Balduzzi, data la accertata “gravità” della colpa e dell'”errore inescusabile”, come plasmato dalla giurisprudenza della Cassazione con riferimento tanto alla scelta del sapere appropriato quanto al minimo di correttezza della fase esecutiva.

In essa si sostiene il carattere innovativo e in discontinuità col passato, sul versante penalistico, della legge Gelli-Bianco.

Questa viene recepita eminentemente in base al criterio della interpretazione letterale, il quale evidenzia che si è voluta adottare una causa di esclusione della punibilità per la sola imperizia, la cui operatività è subordinata al rispetto delle linee-guida ufficiali. Non manca, nella stessa sentenza, l’inquadramento sistematico di tale conclusione, basato sulla considerazione della finalità perseguita e cioè quella di attenuare specifici profili della colpa medica, favorendo tale professione di cui il legislatore ha inteso diminuire l’ambito della responsabilità penale, ferma restando quella civile.

Tale rispetto viene però preteso soltanto nella fase della selezione delle stesse, cosicchè resta fuori dalla gamma delle condotte punibili la “imperita applicazione” di esse, cioè la imperizia che cada nella fase esecutiva.

Si tratterebbe di una previsione, quella della non punibilità, che opera al di fuori delle categorie dogmatiche della colpevolezza e della causalità colposa e trova giustificazione nell’intento del legislatore di non vedere mortificata la professionalità medica dal timore di ingiuste rappresaglie e, con una sola espressione, di prevenire la c.d. medicina difensiva.

5. Ritengono le Sezioni Unite che in ciascuna delle due contrastanti sentenze in esame siano espresse molteplici osservazioni condivisibili, in parte anche comuni, ma manchi una sintesi interpretativa complessiva capace di restituire la effettiva portata della norma in considerazione. Sintesi che richiede talune puntualizzazioni sugli elementi costitutivi della nuova previsione, da individuare attraverso una opportuna attività ermeneutica che tenga conto, da un lato, della lettera della legge e, dall’altro, di circostanze anche non esplicitate ma necessariamente ricomprese in una norma di cui può dirsi certa la ratio, anche alla luce del complesso percorso compiuto negli anni dal legislatore sul tema in discussione. Percorso al quale non risultano estranei il contributo della Corte costituzionale nè gli approdi della giurisprudenza di legittimità, di cui, dunque, ci si gioverà.

Infatti, val la pena osservare che il canone interpretativo posto dall’art. 12 preleggi, comma 1, prevede la valorizzazione del significato immediato delle parole, di quello derivante dalla loro connessione nonchè della “intenzione del legislatore”. E da tale disposizione – che va completata con la verifica di compatibilità coi principi generali che regolano la ricostruzione degli elementi costitutivi dei precetti – si evince un solo vincolante divieto per l’interprete, che è quello riguardante l’andare “contro” il significato delle espressioni usate, con una modalità che sconfinerebbe nell’analogia, non consentita nella interpretazione del comando penale. Non gli è invece vietato andare “oltre” la letteralità del testo, quando l’opzione ermeneutica prescelta sia in linea con i canoni sopra indicati, a maggior ragione quando quella, pur a fronte di un testo che lascia aperte più soluzioni, sia l’unica plausibile e perciò compatibile col principio della prevedibilità del comando; sia, cioè, il frutto di uno sforzo che si rende necessario per giungere ad un risultato costituzionalmente adeguato, candidandosi così a dare luogo, in presenza di una divisione netta nella giurisprudenza delle sezioni semplici, al “diritto vivente” nella materia in esame.

Il tentativo di sperimentare una interpretazione costituzionalmente conforme è, d’altro canto, il passaggio necessario e, se come nella specie concluso con esito positivo, ostativo all’investitura della Corte costituzionale, in contrasto con quanto auspicato dal Procuratore generale.

Ed è, quella anticipata, l’elaborazione che le Sezioni Unite intendono rendere, essendo proprio compito, nell’esercizio della funzione nomofilattica, individuare il significato più coerente del dato precettivo, anche scegliendo tra più possibili significati e plasmando la regola di diritto la quale deve mantenere il carattere generale ed astratto.

Ciò, in altri termini, senza che sia riconducibile alla attività interpretativa che ci si accinge a compiere un’efficacia sanante di deficit di tassatività della norma, non condividendosi il sospetto che la scelta sulla portata normativa dell’art. 6 sia sospinta dalla esistenza di connotati di incertezza e di imprevedibilità delle conseguenze del precetto, le quali, se ravvisate, avrebbero condotto alla sola possibile soluzione di sollevare, nella sede propria, il dubbio di costituzionalità.

6. E’ utile premettere, all’analisi degli enunciati delle due sentenze in contrasto, che la ricostruzione del sistema di esenzione da pena della legge Gelli-Bianco usufruisce in maniera consistente del dibattito già avviato su temi affacciatisi alla disamina della giurisprudenza e della dottrina in relazione al decreto Balduzzi, essendo presente anche in questo la previsione del raffronto del comportamento medico con il complesso di linee-guida o buone pratiche oggetto di accreditamento da parte della comunità scientifica e scaturendo da esso la necessità di confrontarsi col problema delle diverse forme di colpa generica.

6.1. Occorre ribadire che la valutazione da parte del giudice sul requisito della rispondenza (o meno) della condotta medica al parametro delle linee-guida adeguate (se esistenti) può essere soltanto quella effettuata ex ante, alla luce cioè della situazione e dei particolari conosciuti o conoscibili dall’agente all’atto del suo intervento, altrimenti confondendosi il giudizio sulla rimproverabilità con quello sulla prova della causalità, da effettuarsi ex post. Ma con la ulteriore puntualizzazione che il sindacato ex ante non potrà giovarsi di una soglia temporale fissata una volta per sempre, atteso che il dovere del sanitario di scegliere linee-guida “adeguate” comporta, per il medesimo così come per chi lo deve giudicare, il continuo aggiornamento della valutazione rispetto alla evoluzione del quadro e alla sua conoscenza o conoscibilità da parte del primo. Attività, quella qui descritta, destinata a rimanere estranea al pericolo di vedere confuso il giudizio sulla “adeguatezza” delle linee-guida (ex ante) con quello sulle modalità e gli effetti della loro concreta “attuazione” che, essendo necessariamente postumo, non è incluso fra i criteri di individuazione della condotta esigibile.

6.2. Nella stessa ottica di fissazione delle linee generali lungo le quali sviluppare la disamina qui richiesta, va anche ribadita la consapevolezza della estrema difficoltà, che talvolta si presenta, nel riuscire ad operare una plausibile distinzione tra colpa da negligenza e colpa da imperizia. Distinzione comunque da non potersi omettere in quanto richiesta dal legislatore del 2017 che, consapevolmente, ha regolato solo il secondo caso, pur in presenza di un precedente, articolato dibattito giurisprudenziale sulla opportunità di non operare la detta differenziazione quando non espressamente richiesta dalla lettera della legge (come avveniva per il decreto Balduzzi) per la estrema fluidità dei confini fra le dette nozioni.

La distinzione riacquista oggi una peculiare rilevanza perchè, nell’ipotesi di colpa da negligenza o imprudenza, la novella causa di non punibilità è destinata a non operare; mentre la semplice constatazione della esistenza di linee-guida attinenti al caso specifico non comporta che la loro violazione dia automaticamente luogo a colpa da imperizia.

Si è già rilevato che non può escludersi che le linee-guida pongano regole rispetto alle quali il parametro valutativo della condotta dell’agente sia quello della diligenza, come nel caso in cui siano richieste prestazioni che riguardino più la sfera della accuratezza di compiti magari particolarmente qualificanti, che quella della adeguatezza professionale (Sez. 4, n. 45527 del 01/07/2015, Cerracchio, non massimata sul punto).

E’ da citare il caso paradigmatico della omessa valutazione del sintomo e della conseguente omessa o ritardata diagnosi: una ipotesi da ascrivere, di regola, all’imperizia per inosservanza delle leges artis che disciplinano tale settore della attività sanitaria, salvo il caso che il comportamento del sanitario sia improntato ad indifferenza, scelleratezza o comunque assoluta superficialità e lassismo, sicchè possa escludersi di essere nel campo della negligenza propria dell’agire del sanitario o specifica di esso e dunque della imperizia.

Il superamento di tali difficoltà che attengono, in genere, all’inquadramento del caso concreto più che alle categorie astratte, va perseguito mediante il ricorso agli ordinari criteri sulla prova, sul dubbio e sulla ripartizione dell’onere relativo che, nella fattispecie qui in discussione, hanno condotto più che plausibilmente alla delineazione di un caso di negligenza, dal quale non vi è ragione di prescindere, anche per mancanza di specifiche contestazioni sul punto da parte dell’interessato. Con la conseguenza che anche la prospettazione della questione di legittimità costituzionale sull’art. 590-sexies, da parte del Procuratore generale, è destinata a mostrare la sua irrilevanza, non venendo in considerazione l’ipotesi della imperizia.

7. Può ora entrarsi nel merito del contrasto giurisprudenziale.

7.1. La sentenza Tarabori-De Luca ha il pregio di richiamare alla necessità di perimetrazione dell’ambito di operatività della novella, in modo da evidenziarne la notevole efficacia riduttiva rispetto al passato, pur non facendo a meno, nel prosieguo, di criticare in radice la eventualità stessa di trovarsi al cospetto di una vera e propria causa di non punibilità.

E’ condivisibile la prima parte del ragionamento seguito, laddove si pongono in luce gli evidenti limiti applicativi alla causa di non punibilità enunciati dall’art. 590-sexies, posto che la dipendenza di questa dal rispetto delle linee-guida adeguate allo specifico caso in esame, nell’ipotesi di responsabilità da imperizia, non consente di sfuggire alla esatta osservazione che lo speciale abbuono non può essere invocato nei casi in cui la responsabilità sia ricondotta ai diversi casi di colpa, dati dalla imprudenza e dalla negligenza; nè quando l’atto sanitario non sia per nulla governato da linee-guida o da buone pratiche; nè quando queste siano individuate e dunque selezionate dall’esercente la professione sanitaria in maniera inadeguata con riferimento allo specifico caso. Evenienza, quest’ultima, comprensiva sia della ipotesi in cui la scelta è stata del tutto sbagliata, sia della ipotesi in cui la scelta sia stata incompleta per non essersi tenuto conto di fattori di co-morbilità che avrebbero richiesto il ricorso a più linee-guida regolatrici delle diverse patologie concomitanti o comunque la visione integrata del quadro complesso, sia, infine, della ipotesi in cui il caso avrebbe richiesto il radicale discostarsi dalle linee-guida regolatrici del trattamento della patologia, in ragione della peculiarità dei fattori in esame.

Situazioni, quelle descritte, che danno conto della incompatibilità della novella con qualsiasi forma di appiattimento dell’agente su linee-guida che a prima vista possono apparire confacenti al caso di specie (e magari risultano, in rapporto al caso specifico, sbilanciate verso la tutela del generale contrasto del rischio clinico e quindi verso interessi aziendalistici piuttosto che verso la tutela della sicurezza della cura del singolo paziente) e conseguentemente con ipotesi di automatismo fra applicazione in tale guisa delle linee-guida ed operatività della causa di non punibilità.

Una conclusione che consente anche di escludere che il precetto in esame possa essere sospettato di tensione col principio costituzionale di libertà della scienza e del suo insegnamento (art. 33 Cost.), come pure di quello dell’assoggettamento del giudice soltanto alla legge (art. 101 Cost.).

Ciò posto, va tuttavia osservato che la sentenza richiamata commette l’errore di non rinvenire alcun residuo spazio operativo per la causa di non punibilità, giungendo alla frettolosa conclusione circa l’impossibilità di applicare il precetto, negando addirittura la capacità semantica della espressione “causa di non punibilità” e così offrendo, della norma, una interpretazione abrogatrice, di fatto in collisione con il dato oggettivo della iniziativa legislativa e con la stessa intenzione innovatrice manifestata in sede parlamentare. Senza considerare che la principale obiezione della sentenza in questione, e cioè la confusione della formulazione legislativa e la sua incongruenza interna, avrebbero dovuto trovare sfogo nella denuncia di incostituzionalità per violazione del principio di legalità.

7.2. Dal canto suo, la sentenza Cavazza ha il pregio di non discostarsi in modo patente dalla lettera della legge, ma, per converso, nel valorizzarla in modo assoluto, cade nell’errore opposto perchè attribuisce ad essa una portata applicativa impropriamente lata: quella di rendere non punibile qualsiasi condotta imperita del sanitario che abbia provocato la morte o le lesioni, pur se connotata da colpa grave. E ciò, sul solo presupposto della corretta selezione delle linee-guida pertinenti in relazione al caso di specie, sì da rendere più che concreti i profili di illegittimità della interpretazione stessa, quantomeno per violazione del divieto costituzionale di disparità ingiustificata di trattamento rispetto ad altre categorie di professionisti che parimenti operano con alti coefficienti di difficoltà tecnica.

8. Invero, proprio a partire dalla interpretazione letterale, non può non riconoscersi che il legislatore ha coniato una inedita causa di non punibilità per fatti da ritenersi inquadrabili – per la completezza dell’accertamento nel caso concreto – nel paradigma dell’art. 589 o di quello dell’art. 590 cod. pen., quando l’esercente una delle professioni sanitarie abbia dato causa ad uno dei citati eventi lesivi, versando in colpa da imperizia e pur avendo individuato e adottato, nonchè, fino ad un certo punto, bene attualizzato le linee-guida adeguate al caso di specie.

8.1. Il comportamento dell’esercente la professione sanitaria oggetto di scrutinio è quello che ha prodotto un evento causalmente connesso ad un errore colpevole, a sua volta dipendente dalla violazione di una prescrizione pertinente. Sono destinati a rimanere esclusi i casi di eventi lesivi o letali connessi a comportamenti in relazione ai quali la violazione di prescrizioni potrebbe non essere per nulla ravvisabile o comunque potrebbe non essere stata qualificante, avendo il sanitario, ad esempio, fatto ricorso, pur senza l’esito sperato, e fatti salvi i principi in materia di consenso del paziente, a raccomandazioni o approdi scientifici di dimostrato, particolare valore i quali, pur sperimentati con successo dalla comunità scientifica, non risultino ancora avere superato le soglie e le formalità di accreditamento ufficiale descritte dalla legge.

8.2. La previsione della causa di non punibilità è esplicita, innegabile e dogmaticamente ammissibile non essendovi ragione per escludere apoditticamente – come fa la sentenza De Luca-Tarabori – che il legislatore, nell’ottica di porre un freno alla medicina difensiva e quindi meglio tutelare il valore costituzionale del diritto del cittadino alla salute, abbia inteso ritagliare un perimetro di comportamenti del sanitario direttamente connessi a specifiche regole di comportamento a loro volta sollecitate dalla necessità di gestione del rischio professionale: comportamenti che, pur integrando gli estremi del reato, non richiedono, nel bilanciamento degli interessi in gioco, la sanzione penale, alle condizioni date.

Semmai, è da sottolineare che era il decreto Balduzzi, non messo in discussione dalla giurisprudenza passata sotto il profilo della tecnica legislativa, ad agire sul terreno della delimitazione della colpa che dà luogo a responsabilità, circoscrivendo la operatività dei principi posti dall’art. 43 cod. pen. e dunque derogando ad essa, tanto che il risultato è stato ritenuto quello della parziale abolitio criminis. Viceversa, la legge Gelli-Bianco non si muove in senso derogatorio ai detti principi generali, bensì sul terreno della specificazione, ricorrendo all’inquadramento nella non punibilità, sulla base di un bilanciamento ragionevole di interessi concorrenti.

La possibile disparità di trattamento dovuta a tale opzione, rispetto ad altre categorie di professionisti che pure siano esposti alla gestione di peculiari rischi, non è automaticamente evocabile, una volta che l’intera operazione si riveli, anche per la delimitazione enucleata dallo stesso precetto, non irragionevole ed anzi in linea con uno schema già collaudato dalla Corte costituzionale (sent. n. 166 del 1973; ord. n. 295 del 2013).

Anche la modifica in senso limitativo, rispetto all’art. 3 del decreto Balduzzi, della esenzione da pena ai soli comportamenti che causano uno degli eventi descritti dagli artt. 589 e 590 cod. pen. fa ritenere più adeguatamente finalizzato il nuovo precetto al contrasto del sospetto – che si materializzò con riferimento al citato art. 3 – di incompatibilità con il divieto costituzionale di disparità di trattamento (art. 3 Cost.), data l’ampiezza allora reputata ingiustificata, dal giudice che sottopose la norma allo scrutinio costituzionale, della platea dei soggetti che potevano avvantaggiarsene.

Appare infatti oggi, diversamente che in passato, direttamente connesso, l’intervento protettivo del legislatore, con la ragione ispiratrice della novella, che è quella di contrastare la c.d. “medicina difensiva” e con essa il pericolo per la sicurezza delle cure, e dunque creare – in relazione ad un perimetro più circoscritto di operatori ed atti sanitari che si confrontano con la necessità della gestione di un rischio del tutto peculiare in quanto collegato alla mutevolezza e unicità di ognuna delle situazioni patologiche da affrontare – un’area di non punibilità che valga a restituire al sanitario la serenità dell’affidarsi alla propria autonomia professionale e, per l’effetto, ad agevolare il perseguimento di una garanzia effettiva del diritto costituzionale alla salute.

9. La formulazione della causa di non punibilità nell’art. 590-sexies sollecita dunque a sperimentare una interpretazione della norma che consenta di darle concreta applicazione.

Non è condivisibile, in senso ostativo, il rilievo contenuto nella sentenza De Luca-Tarabori, anche sulla scia di una parte della dottrina, secondo cui la formulazione lessicale del precetto creerebbe un corto circuito capace di renderlo inservibile.

La norma descrive un presupposto per la operatività della causa di non punibilità – quella del versare, il sanitario, nella situazione di avere cagionato per colpa da imperizia l’evento lesivo o mortale, pur essendosi attenuto alle linee-guida adeguate al caso di specie – che non è incongruente con la soluzione che promette. Le fasi della individuazione, selezione ed esecuzione delle raccomandazioni contenute nelle linee-guida adeguate sono, infatti, articolate al punto che la mancata realizzazione di un segmento del relativo percorso giustifica ed è compatibile tanto con l’affermazione che le linee-guida sono state nel loro complesso osservate, quanto con la contestuale rilevazione di un errore parziale che, nonostante ciò, si sia verificato, con valenza addirittura decisiva per la realizzazione di uno degli eventi descritti dagli artt. 589 e/o 590 cod. pen..

Si tratta, d’altro canto, di una struttura del precetto che ricalca quella dell’art. 3 del decreto Balduzzi il quale, allo stesso modo, ricavava un’area di irresponsabilità a favore del sanitario che, pur rispettoso (“si attiene”) delle linee-guida, potesse riconoscersi in colpa nella causazione dell’evento lesivo dipendente dalla propria professione. Una struttura, cioè, metabolizzata dalla giurisprudenza che su di essa ha edificato un complesso apparato ricostruttivo del precetto.

In tal senso, la sentenza Sez. 4, n. 16237 del 29/01/2013, Cantore, nel commentare la portata dell’art. 3 del decreto Balduzzi, aveva osservato, con una affermazione utile anche relativamente alla formulazione dell’art. 590-sexies, che “il professionista (che) si orienti correttamente in ambito diagnostico o terapeutico, si affidi cioè alle strategie suggeritegli dal sapere scientifico consolidato, inquadri correttamente il caso nelle sue linee generali e tuttavia, nel concreto farsi del trattamento, commetta qualche errore pertinente proprio all’adattamento delle direttive di massima alle evenienze ed alle peculiarità che gli si prospettano nello specifico caso clinico” è l’agente che in base al decreto del 2012 non rispondeva per colpa lieve.

9.1. L’errore non punibile non può, però, alla stregua della novella del 2017, riguardare – data la chiarezza dell’articolo al riguardo – la fase della selezione delle linee-guida perchè, dipendendo il “rispetto” di esse dalla scelta di quelle “adeguate”, qualsiasi errore sul punto, dovuto a una qualsiasi delle tre forme di colpa generica, porta a negare l’integrazione del requisito del “rispetto”.

Ne consegue che la sola possibilità interpretativa residua non può che indirizzarsi sulla fase attuativa delle linee-guida, sia pure con l’esigenza di individuare opportuni temperamenti che valgano a non esporre la conclusione a dubbi o censure sul piano della legittimità costituzionale, per irragionevolezza o contrasto con altri principi del medesimo rango.

La ratio di tale conclusione si individua nella scelta del legislatore di pretendere, senza concessioni, che l’esercente la professione sanitaria sia non solo accurato e prudente nel seguire la evoluzione del caso sottopostogli ma anche e soprattutto preparato sulle leges artis e impeccabile nelle diagnosi anche differenziali; aggiornato in relazione non solo alle nuove acquisizioni scientifiche ma anche allo scrutinio di esse da parte delle società e organizzazioni accreditate, dunque alle raccomandazioni ufficializzate con la nuova procedura; capace di fare scelte ex ante adeguate e di personalizzarle anche in relazione alle evoluzioni del quadro che gli si presentino. Con la conseguenza che, se tale percorso risulti correttamente seguito e, ciononostante, l’evento lesivo o mortale si sia verificato con prova della riconduzione causale al comportamento del sanitario, il residuo dell’atto medico che appaia connotato da errore colpevole per imperizia potrà, alle condizioni che si indicheranno, essere quello che chiama in campo la operatività della novella causa di non punibilità.

Infatti, nel caso descritto, che è indispensabile contemplare per dare attuazione alla nuova riforma, può dirsi che si rimanga nel perimetro del “rispetto delle linee guida”, quando cioè lo scostamento da esse è marginale e di minima entità.

9.2. Viene di nuovo in considerazione, per tale via, la necessità di circoscrivere un ambito o, se si vuole, un grado della colpa che, per la sua limitata entità, si renda compatibile con la attestazione che il sanitario in tal modo colpevole è tributario della esenzione dalla pena per avere rispettato, nel complesso, le raccomandazioni derivanti da linee-guida adeguate al caso di specie.

Tanto più ove si consideri contestualmente che, come sottolineato nel parere espresso dalla Commissione giustizia del Senato sul disegno di legge approvato dalla Camera in prima lettura, il testo è volto ad assicurare una tutela effettiva della salute del paziente anche nello specifico ambito del processo civile garantendogli il risarcimento dovutogli in base ad una sentenza, attraverso una serie di strumenti disciplinati dall’art. 7, oltre, tra l’altro, la previsione del sistema di assicurazione obbligatoria (art. 9) accompagnato dalla azione diretta nei confronti della compagnia assicuratrice (art. 12).

A ciò va aggiunto che la contemplazione di un errore lieve (da imperizia) esente da sanzione penale ha, come pendant e rafforzamento sul piano sistemico, all’interno della legge Gelli-Bianco, la disciplina (art. 16) che favorisce i flussi informativi volti a far emergere le criticità nel compimento della ordinaria attività professionale, onde elaborarle e superarle, con divieto di utilizzazione di quei flussi nel processo penale: un insieme coordinato di regole, cioè, finalizzato ad una gestione del rischio clinico sempre più responsabilizzante per la stessa struttura organizzativa e senza la frustrante ricerca, in ogni caso, di un capro espiatorio.

E’ necessario peraltro sottolineare che non osta a tale scelta interpretativa l’obiezione di fondo, scaturente dalla giurisprudenza passata in tema di esclusione della operatività in ambito penale dell’art. 2236 cod. civ., nonchè da una parte dalla dottrina, secondo cui non è consentita e comunque non ha senso la distinzione tra colpa lieve e colpa grave nel diritto penale ove, applicando rigorosamente il criterio della valutazione ex ante ed in concreto il giudizio di prevedibilità ed evitabilità proprio della colpa, sono già presenti tutti gli strumenti per la risoluzione dei casi liminari, potendosi giungere, per essi, alla esclusione, in radice, della ravvisabilità della colpa.

Invero, non solo la previsione esplicita della “colpa lieve” come ambito di esclusione della responsabilità, nel decreto Balduzzi, ha dimostrato che è già stato legittimato, dal legislatore, un approccio dogmatico diverso, apprezzabile non solo come opzione meramente interpretativa o ricognitiva dei termini generali di definizione della colpa, ma come possibilità aggiuntiva di misurazione di questa a fini diversi da quelli – già previsti dall’art. 133 cod. pen., comma 1, n. 3, – di commisurazione della pena. In più, l’interpretazione qui accolta, rispetto a quella appena ricordata, è destinata ad ampliare il novero dei comportamenti che si sottraggono legittimamente all’intervento del giudice penale e a far risaltare concretamente la intuibile volontà del legislatore di proseguire lungo la direttrice segnata dal decreto Balduzzi; soprattutto con la finalità di impedire che l’abrogazione di questo apra scenari di automatica reviviscenza dei pregressi indirizzi interpretativi che, per la loro estrema severità nel passato, sono all’origine del porsi del tema delle risposte difensive dei sanitari.

D’altra parte, il timore che la distinzione tra colpa lieve e colpa grave possa essere anche fonte di scelte non prevedibili e ondivaghe, dipendenti dalla ampiezza della valutazione del giudice e quindi in contrasto con la necessaria tassatività del precetto, non tiene conto che analogo timore sarebbe ravvisabile, a monte, riguardo al giudizio sulla “esigibilità” della condotta, ossia al momento valutativo, qualificante per la individuazione stessa della colpevolezza: timori da sempre adeguatamente contrastati dalla complessa opera ricostruttiva, in seno alla dottrina e alla giurisprudenza, riguardo ai criteri utili per la tendenziale definizione dei giudizi in esame e, nella presente decisione, utilmente richiamati.

10. La ricerca ermeneutica conduce a ritenere che la norma in esame continui a sottendere la nozione di “colpa lieve”, in linea con quella che l’ha preceduta e con la tradizione giuridica sviluppatasi negli ultimi decenni. Un complesso di fonti e di interpreti che ha mostrato come il tema della colpa medica penalmente rilevante sia sensibile alla questione della sua graduabilità, pur a fronte di un precetto, quale l’art. 43 cod. pen., che scolpisce la colpa senza distinzioni interne.

Dal punto di vista teorico non si individua alcuna ragione vincolante per la quale tale conclusione debba essere scartata, diversamente da quanto ritenuto da entrambe le sentenze che hanno dato luogo al contrasto.

Queste, peraltro, proprio sulla base di una conclusione di tal genere, fatta discendere dal silenzio della legge, si sono trovate a polarizzare in modo opposto le relative conclusioni, avendo osservato, la sentenza De Luca-Tarabori, che l’esonero complessivo da pena, destinato ad inglobare anche il responsabile di colpa grave da imperizia, non è praticabile perchè genera una situazione in contrasto con il principio di colpevolezza e, la sentenza Cavazza, che la novella causa di non punibilità è destinata a operare senza distinzione del grado della colpa.

Al contrario, ritengono le Sezioni Unite che la mancata evocazione esplicita della colpa lieve da parte del legislatore del 2017 non precluda una ricostruzione della norma che ne tenga conto, sempre che questa sia l’espressione di una ratio compatibile con l’esegesi letterale e sistematica del comando espresso.

10.1. In tale prospettiva appare utile giovarsi, in primo luogo, dell’indicazione proveniente dall’art. 2236 cod. civ..

L’articolazione colpa grave/altre tipologie di condotte rimproverabili, pur causative dell’evento, è presente nelle valutazioni giurisprudenziali sui limiti della responsabilità penale del sanitario che, sotto diversi profili, hanno valorizzato nel tempo i principi e la ratio della disposizione contenuta nella norma citata, plasmata, invero, nell’ambito civilistico del riconoscimento del danno derivante da prestazioni che implichino soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà e che lo esclude, appunto, salvo il caso di dolo o colpa grave.

Ebbene, tralasciando l’ormai sopito dibattito sulla non diretta applicabilità del precetto al settore penale per la sua attinenza alla esecuzione del rapporto contrattuale o al danno da responsabilità aquiliana, merita di essere valorizzato il condivisibile e più recente orientamento delle sezioni penali che hanno comunque riconosciuto all’art. 2236 la valenza di principio di razionalità e regola di esperienza cui attenersi nel valutare l’addebito di imperizia, qualora il caso concreto imponga la soluzione del genere di problemi sopra evocati ovvero qualora si versi in una situazione di emergenza.

Ciò che del precetto merita di essere ancor oggi valorizzato è il fatto che, attraverso di esso, già prima della formulazione della norma che ha ancorato l’esonero da responsabilità al rispetto delle linee-guida e al grado della colpa, si fosse accreditato, anche in ambito penalistico, il principio secondo cui la condotta tenuta dal terapeuta non può non essere parametrata alla difficoltà tecnico-scientifica dell’intervento richiesto ed al contesto in cui esso si è svolto (Sez. 4, n. 4391 del 12/11/2011, dep. 2012, Di Lella, Rv.251941; Sez. 4, n. 16328 del 05/04/2011, Montalto, Rv. 251960; Sez. 4, n. 39592 del 21/06/2007, Buggè, Rv. 237875; Sez. 4, n. 1693 del 29/09/1997, dep. 1998, Azzini, non massimata sul punto). Sicchè l’eventuale addebito di colpa era destinato a venire meno nella gestione di un elevato rischio senza errori rimproverabili connotati da gravità. Viceversa, quando non si fosse presentata una situazione emergenziale o non fossero da affrontare problemi di particolare difficoltà, non sarebbe venuto in causa il principio dell’art. 2236 cod. civ. e non avrebbe avuto base normativa la distinzione della colpa lieve. Ne conseguiva che il medico in tali ipotesi, come in quelle nelle quali venivano in considerazione le sole negligenza o imprudenza, versava in colpa, essendo pacifico che in queste si dovesse sempre attenere ai criteri di massima cautela.

Un precetto, quello appena analizzato, che mostra di reputare rilevante, con mai perduta attualità, la considerazione per cui l’attività del medico possa presentare connotati di elevata difficoltà per una serie imprevedibile di fattori legati alla mutevolezza del quadro da affrontare e delle risorse disponibili. Sicchè, vuoi sotto un profilo della non rimproverabilità della condotta in concreto tenuta in tali condizioni, vuoi sotto quello della mera opportunità di delimitare il campo dei comportamenti soggetti alla repressione penale, sono richieste misurazioni e valutazioni differenziate da parte del giudice.

Non è marginale, del resto, l’avallo dato a tale interpretazione da parte della Corte costituzionale, con sentenza n. 166 del 1973, per taluni aspetti ribadita dalla ordinanza n. 295 del 2013. Un avallo cui, viceversa, va riconosciuta riacquisita rilevanza ai fini che ci occupano, soprattutto a seguito della scelta, operata dalla legge Gelli-Bianco, di rendere la causa di non punibilità operativa soltanto in relazione alla colpa da imperizia, pur dopo che, nel recente passato, la giurisprudenza di legittimità applicativa del sopravvenuto decreto Balduzzi, aveva invece mostrato di propendere per la estensione della irresponsabilità da colpa lieve a tutte le forme di colpa generica. La prima pronuncia del Giudice delle leggi aveva, infatti, ammesso che gli artt. 589 e 42 cod. pen. potessero essere integrati dall’art. 2236 cod. civ., così da ricavarsene il principio, costituzionalmente compatibile, della graduabilità della colpa da “imperizia” del sanitario impegnato nella soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà e il riconoscimento della possibilità di esenzione di una parte di essa dal rilievo pena listico.

La stessa sentenza De Luca-Tarabori evoca tale soluzione sia pure per presentarla come strumento tecnico residuo per perseguire il pur meritevole fine di mandare esente da rimproverabilità l’errore colpevole del sanitario contestato a titolo di imperizia.

10.2. In secondo luogo, è un dato di fatto che il legislatore del 2012 abbia espressamente utilizzato e disciplinato l’ipotesi della “colpa lieve” del sanitario come quella da sottrarre, a condizioni date, alla responsabilità penale.

Tale opzione legislativa prescindeva dalla pregiudiziale della dimostrata situazione di particolare difficoltà tecnica ed era invece plasmata sul criterio della conformazione alle linee-guida, con riferimento a situazioni che potevano sottrarsi alla repressione penale anche quando non qualificate da speciale difficoltà. Con l’avvertenza che se, da un lato, tale ultima condizione è quella che, di regola, ha minore attitudine a generare “colpa lieve”, dall’altro possono darsi condotte del sanitario che, pur rientranti agevolmente in linee-guida standardizzate, risultano di difficile esecuzione per la urgenza o per l’assenza di presidi adeguati.

Quella opzione ha dato luogo ad una cospicua elaborazione giurisprudenziale volta a fissare i criteri utili per individuare preventivamente e, quindi, in sede giudiziaria riconoscere il grado lieve della colpa, del quale – stante l’esplicito testo normativo sopravvenuto – non sembra ragionevole negarsi la idoneità alla convivenza con i principi generali dettati dall’art. 43 cod. pen..

Questi, peraltro, continuano ad avere piena applicazione con riferimento alla colpa da negligenza e da imprudenza.

Basterà, al fine di dare pratica attuazione alla lettura dell’art. 590-sexies qui accreditata, rievocare i canoni maggiormente condivisi nel recente passato, sollecitati dall’esigenza di contrastare gli effetti di interpretazioni eccessivamente severe, nella cui filigrana traspariva una non condivisibile tendenza a fare della relazione sanitaria una “obbligazione di risultato”, laddove il fine di garantire la “sicurezza delle cure” ne ribadisce la natura di “obbligazione di mezzi”.

E’ da ribadire, cioè, quanto già sostenuto in molte sentenze pubblicate sotto la vigenza del decreto Balduzzi (tra le molte, Sez. 4, n. 16237 del 29/01/2013, Cantore, Rv. 255105; Sez. 4, n. 23283 del 11/05/2016, Denegri) in ordine al fatto che la colpa sia destinata ad assumere connotati di grave entità solo quando l’approccio terapeutico risulti marcatamente distante dalle necessità di adeguamento alle peculiarità della malattia, al suo sviluppo, alle condizioni del paziente. Ovvero, per converso, quando i riconoscibili fattori che suggerivano l’abbandono delle prassi accreditate assumano rimarchevole, chiaro rilievo e non lascino residuare un dubbio plausibile sulla necessità di un intervento difforme e personalizzato rispetto alla peculiare condizione del paziente: come nel caso di “patologie concomitanti” emerse alla valutazione del sanitario, e indicative della necessità di considerare i rischi connessi.

Nella demarcazione gravità/lievità rientra altresì la misurazione della colpa sia in senso oggettivo che soggettivo e dunque la misura del rimprovero personale sulla base delle specifiche condizioni dell’agente e del suo grado di specializzazione; la problematicità o equivocità della vicenda; la particolare difficoltà delle condizioni in cui il medico ha operato; la difficoltà obiettiva di cogliere e collegare le informazioni cliniche; il grado di atipicità e novità della situazione; la impellenza; la motivazione della condotta; la consapevolezza o meno di tenere una condotta pericolosa (oltre alle precedenti, Sez. 4, n. 22405 del 08/05/2015, Piccardo, Rv. 263736; Sez. 4, n. 47289 del 09/10/2014, Stefanetti, Rv. 260740).

In altri termini, è da condividere l’assunto consolidato nella giurisprudenza di legittimità secondo cui la valutazione sulla gravità della colpa (generica) debba essere effettuata “in concreto”, tenendo conto del parametro dell’homo eiusdem professionis et condicionis, che è quello del modello dell’agente operante in concreto, nelle specifiche condizioni concretizzatesi.

Meritano di essere ricordati, tali criteri, non sempre in relazione diretta al loro contenuto, riferito anche alla rimproverabilità del momento di “scelta” delle linee-guida adeguate al caso concreto che, come si è visto, esorbita dal perimetro di operatività della novella causa di non punibilità. Piuttosto è utile richiamare l’elaborazione del metodo “quantitativo”, del quantum dello scostamento dal comportamento che ci si sarebbe attesi come quello utile, per determinare il grado della colpa.

La discrezionalità del giudice, ravvisabile nel dare pratica attuazione ai detti criteri nel contesto del decreto Balduzzi che li connetteva a linee-guida e buone pratiche di non univoca individuazione, risulta oggi drasticamente ricomposta attraverso la novella che riguarda il procedimento pubblicistico per la formalizzazione delle linee-guida rilevanti.

Oltre a ciò, la circoscrizione, dovuta alla legge Gelli-Bianco, della causa di non punibilità alla sola imperizia spinge ulteriormente verso l’opzione di delimitare il campo di operatività della causa di non punibilità alla “colpa lieve”, atteso che ragionare diversamente e cioè estendere il riconoscimento della esenzione da pena anche a comportamenti del sanitario connotati da “colpa grave” per imperizia – come effettuato dalla sentenza Cavazza – evocherebbe, per un verso, immediati sospetti di illegittimità costituzionale per disparità di trattamento ingiustificata rispetto a situazioni meno gravi eppure rimaste sicuramente punibili, quali quelle connotate da colpa lieve per negligenza o imprudenza; determinerebbe, per altro verso, un evidente sbilanciamento nella tutela degli interessi sottesi, posto che la tutela contro la “medicina difensiva” e, in definitiva, il miglior perseguimento della salute del cittadino ad opera di un corpo sanitario non mortificato nè inseguito da azioni giudiziarie spesso inconsistenti non potrebbero essere compatibili con l’indifferenza dell’ordinamento penale rispetto a gravi infedeltà alle leges artis, nè con l’assenza di deroga ai principi generali in tema di responsabilità per comportamento colposo, riscontrabile per tutte le altre categorie di soggetti a rischio professionale; determinerebbe, infine, rilevanti quanto ingiuste restrizioni nella determinazione del risarcimento del danno addebitabile all’esercente una professione sanitaria ai sensi dell’art. 7 della legge Gelli-Bianco, poichè è proprio tale articolo, al comma 3, a stabilire una correlazione con i profili di responsabilità ravvisabili ex art. 590-sexies cod. pen..

10.3. E’ indicativa, in terzo luogo, l’evoluzione dei lavori parlamentari.

L’originario testo della legge approvato dalla Camera mostrava di volere differenziare, ai fini della esenzione da responsabilità, la colpa grave (da imperizia) dagli altri minori gradi della (stessa tipologia di) colpa, in una prospettiva specifica. Nel senso, cioè, che la colpa non grave (da imperizia) era automaticamente inclusa in detta esenzione anche a prescindere dal raffronto con linee-guida, mentre quella grave dello stesso tipo lo era alla condizione del rispetto delle stesse linee-guida.

La scomparsa della detta previsione dal testo successivamente passato al vaglio dell’altro ramo del Parlamento non può però dirsi un ripudio tout court della differenziazione del grado della colpa, non risultando in tal senso esplicitata la volontà del legislatore in alcun passo dei lavori preparatori, quanto piuttosto, come auspicato nel citato Parere della Commissione Giustizia del Senato, l’espressione della rinuncia a quella peculiare distinzione che si poneva come tendenzialmente apparente e quindi fortemente a rischio di censura per incostituzionalità, perchè garantiva una tutela eccessivamente e irragionevolmente estesa alla colpa tecnica del sanitario in tutte le sue espressioni, essendo per di più, la esclusione della imperizia grave in caso di rispetto delle linee-guida, conformata in una sorta di presunzione che poteva essere vinta soltanto con la prova delle “rilevanti specificità del caso concreto”.

Si apprende, dai resoconti delle discussioni della Commissione giustizia del Senato del 7, 8 e 21 giugno 2016 – mostratasi interessata a cristallizzare certi approdi della giurisprudenza di legittimità e a sollecitare una apposita riformulazione dell’art. 6 poi realizzata -, semmai un reiterato ed esplicitato timore del legislatore che il comma 2 del precetto della legge in itinere si prestasse, attraverso la condizione del rispetto delle linee-guida, ad una interpretazione aperta alla esclusione della responsabilità penale anche per imperizia grave; evenienza non perseguita, oltre che in aperta discontinuità con i principi del decreto Balduzzi, nel cui solco, tanto nei lavori della Camera in prima lettura quanto in quelli del Senato, si dichiara di volersi mantenere.

Specularmente, può dunque ammettersi che la colpa lieve è rimasta intrinseca alla formulazione del nuovo precetto, posto che la costruzione della esenzione da pena per il sanitario complessivamente rispettoso delle raccomandazioni accreditate in tanto si comprende in quanto tale rispetto non sia riuscito ad eliminare la commissione di errore colpevole non grave, eppure causativo dell’evento.

In conclusione, la colpa dell’esercente la professione sanitaria può essere esclusa in base alla verifica dei noti canoni oggettivi e soggettivi della configurabilità del rimprovero e altresì in ragione della misura del rimprovero stesso. Ma, in quest’ultimo caso – e solo quando configurante “colpa lieve” -, le condizioni richieste sono il dimostrato corretto orientarsi nel campo delle linee-guida pertinenti in relazione al caso concreto ed il progredire nella fase della loro attuazione, ritenendo l’ordinamento di non punire gli adempimenti che si rivelino imperfetti.

11. Sul quesito proposto devono quindi affermarsi i seguenti principi di diritto:

“L’esercente la professione sanitaria risponde, a titolo di colpa, per morte o lesioni personali derivanti dall’esercizio di attività medico-chirurgica:

a) se l’evento si è verificato per colpa (anche “lieve”) da negligenza o imprudenza;

b) se l’evento si è verificato per colpa (anche “lieve”) da imperizia quando il caso concreto non è regolato dalle raccomandazioni delle linee-guida o dalle buone pratiche clinico-assistenziali;

c) se l’evento si è verificato per colpa (anche “lieve”) da imperizia nella individuazione e nella scelta di linee-guida o di buone pratiche clinico-assistenziali non adeguate alla specificità del caso concreto;

d) se l’evento si è verificato per colpa “grave” da imperizia nell’esecuzione di raccomandazioni di linee-guida o buone pratiche clinico-assistenziali adeguate, tenendo conto del grado di rischio da gestire e delle speciali difficoltà dell’atto medico”.

12. Il connesso tema concernente la individuazione della legge più favorevole, in dipendenza dai principi posti dall’art. 2 cod. pen., comma 4, sulla successione delle leggi penali nel tempo, trova il proprio naturale sviluppo raffrontando il contenuto precettivo dell’art. 590-sexies cod. pen., come individuato, con quello dell’art. 3, abrogato.

Si enucleano soltanto i casi immediatamente apprezzabili.

In primo luogo, tale ultimo precetto risulta più favorevole in relazione alle contestazioni per comportamenti del sanitario – commessi prima della entrata in vigore della legge Gelli-Bianco – connotati da negligenza o imprudenza, con configurazione di colpa lieve, che solo per il decreto Balduzzi erano esenti da responsabilità quando risultava provato il rispetto delle linee-guida o delle buone pratiche accreditate.

In secondo luogo, nell’ambito della colpa da imperizia, l’errore determinato da colpa lieve, che sia caduto sul momento selettivo delle linee-guida e cioè su quello della valutazione della appropriatezza della linea-guida era coperto dalla esenzione di responsabilità del decreto Balduzzi (v. Sez. 4, n. 47289 del 09/10/2014, Stefanetti, non massimata sul punto), mentre non lo è più in base alla novella che risulta anche per tale aspetto meno favorevole.

In terzo luogo, sempre nell’ambito della colpa da imperizia, l’errore determinato da colpa lieve nella sola fase attuativa andava esente per il decreto Balduzzi ed è oggetto di causa di non punibilità in base all’art. 590-sexies, essendo, in tale prospettiva, ininfluente, in relazione alla attività del giudice penale che si trovi a decidere nella vigenza della nuova legge su fatti verificatisi antecedentemente alla sua entrata in vigore, la qualificazione giuridica dello strumento tecnico attraverso il quale giungere al verdetto liberatorio.

Analogamente, agli effetti civili, l’applicazione dell’art. 3, comma 1, del decreto Balduzzi prevedeva un coordinamento con l’accertamento del giudice penale, nella cornice dell’art. 2043 cod. civ., ribadito dall’art. 7, comma 3, della legge Gelli-Bianco. La responsabilità civile anche per colpa lieve resta ferma (v. Sez. 3 civ., n. 4030 del 19/02/2013; Sez. 4 civ., ord. n. 8940 del 17/04/2014) a prescindere, dunque, dallo strumento tecnico con il quale il legislatore regoli la sottrazione del comportamento colpevole da imperizia lieve all’intervento del giudice penale.

13. In ordine ai motivi di ricorso, deve rilevarsene la inammissibilità perchè diversi da quelli che possono legittimamente fondare l’impugnazione dinanzi a questa Corte di legittimità. La inammissibilità del ricorso impedisce, altresì, la rilevazione della prescrizione atteso che il termine per la estinzione del reato non è più decorso dalla data della pronuncia della sentenza impugnata, che non può dirsi seguita dalla valida instaurazione di un rapporto processuale in prosecuzione.

13.1. La prima doglianza viene prospettata come vizio di motivazione anche nella forma del travisamento della prova (quella dichiarativa della teste A.) con riferimento alla ricostruzione dei fatti che precedettero il finale ricovero della persona offesa. In altri termini, posto che la rimproverabilità della condotta del neurochirurgo, censurata dai giudici di merito come ingiustificatamente manchevole, si fonda sull’assunto della sua piena consapevolezza dei gravissimi sintomi neurologici, comunicatigli dallo stesso P. la mattina del 24 ottobre 2008, il punto toccato dalla difesa è quello del mancato raggiungimento della prova – e a maggior ragione di una plausibile motivazione – riguardo alla effettività e pienezza di detta conoscenza.

Per far ciò, il difensore ricorrente aggredisce la motivazione nel punto riguardante la asserita attendibilità della persona offesa – che tanto ha sostenuto – nonchè il giudizio della Corte di merito riguardo alla idoneità della testimonianza della A. a costituire valido riscontro e comunque prova aggiuntiva della bontà del costrutto del denunciante: tale prova dichiarativa sarebbe, sul punto, frutto di domande suggestive della accusa.

Si tratta di censure volte, in realtà, a criticare inammissibilmente il punto di vista accolto e ampiamente motivato nella sentenza impugnata, sul piano della opinabilità piuttosto che su quello della decisiva carenza o manifesta illogicità.

La evenienza di domande suggestive da parte del pubblico ministero risulta dedotta per la prima volta con il ricorso e in nessun modo riesce a dare corpo a una ammissibile censura sulla illogicità della motivazione riguardante la credibilità della teste, la quale è stata fondata su una serie di ulteriori elementi di fatto valorizzati in sentenza e non contestati nel ricorso.

Anche il tema della prova oggettiva della effettiva manifestazione, sin dal 24 ottobre, dei sintomi della cauda per i quali le linee-guida prescrivono un intervento di decompressione nelle 24-48 ore, risulta congruamente affrontato nella sentenza impugnata ove sono posti in evidenza i numerosi e gravi elementi (la certificazione rilasciata dal dott. D.B.; la assoluta non significatività della diversa data riportata nella relazione di dimissione del paziente dal C.T.O. di Firenze l’11 novembre; il grado di recupero incompleto del paziente, dopo l’intervento, come accertato dal c.t. della persona offesa) dimostrativi della correttezza della ricostruzione sostenuta dalla accusa e del tutto razionalmente condivisa dai giudici, con una motivazione alla quale la difesa ricorrente oppone soltanto diversi elementi di fatto, considerazioni congetturali e, in definitiva, una alternativa ricostruzione di quelli, che è prospettiva non perseguibile nella sede di legittimità.

13.2. Il secondo motivo è inammissibile per analoghe considerazioni.

La contestazione della motivazione sul nesso di causalità ha natura e valenza meramente fattuali, fondandosi sul presupposto della preferibilità della tesi dell’imputato circa il momento in cui ebbe effettivamente conoscenza della gravità dei sintomi e della condizione del paziente e, conseguentemente spostata in avanti di una settimana tale evenienza -, sulla richiesta che sia riconosciuta la assenza di qualsiasi rimproverabilità nelle sue scelte diagnostiche e terapeutiche. Il tutto, con sollecitazione, altresì, del riconoscimento che il rapporto di causalità con l’evento andrebbe ridelineato, dovendo esso essere riferito all’unica condotta colpevole individuabile: quella della persona offesa che, pure invitata tempestivamente a recarsi al pronto soccorso, avrebbe lasciato trascorrere numerosi giorni prima di sottoporsi all’intervento chirurgico.

Ebbene, va ribadito che la proposta di alternativa ricostruzione delle emergenze fattuali non è ricevibile dalla Cassazione, dovendosi piuttosto notare che il rapporto di causalità è stato razionalmente delineato alla stregua di un giudizio di alta probabilità logica, nel rispetto degli approdi condivisi della giurisprudenza di legittimità (Sez. U, n. 30328 del 10/07/2002, Franzese, Rv. 22213). Con riferimento, cioè, alla natura della patologia accertata; alla gravità dei relativi sintomi che danno indicazione di intervento urgente nelle 48 ore secondo le acquisizioni scientifiche non contestate nemmeno dalla difesa; al momento di acquisizione della conoscenza dei sintomi da parte del sanitario cui il paziente si era affidato; al comportamento gravemente negligente e ingiustificatamente omissivo, motivo dell’inescusabile ritardo che ha dato luogo al non tempestivo riconoscimento della patologia, al suo aggravamento e all’instaurarsi dei postumi neurologici accertati.

Un comportamento che la giurisprudenza costante di questa Corte inquadra nella cornice della negligenza avendo il medico l’obbligo di seguire, appunto con diligenza, il decorso della sintomatologia del paziente che a lui si affida ed essendo suo dovere assicurare, attraverso i concordati controlli periodici, nonchè interpretando e valorizzando le sintomatologie riferite, o comunque apprese, che l’intervento eventualmente richiesto con urgenza abbia luogo o venga indicato come indifferibile, mediante le necessarie comunicazioni (vedi, tra le molte, Sez. 4, n. 40703 del 14/06/2016, Roggia, Rv. 267778).

14. Alla inammissibilità del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento ed a versare alla cassa delle ammende la somma che si reputa equo determinare in Euro 2.000,00.

In virtù del principio della soccombenza, il ricorrente deve anche essere condannato alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalla parte civile, liquidate, alla luce della nota depositata, come in dispositivo.

PQM

P.Q.M.Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2.000,00 alla cassa delle ammende, nonchè alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalla parte civile, liquidate in complessivi Euro 4.000,00, oltre gli accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 21 dicembre 2017.

Depositato in Cancelleria il 22 febbraio 2018